Tuesday, 27 July 2010

Lontana!


Seguo il consiglio di Johakim, e continuo subito a parlare di lei.

I primi tempi furono certamente difficili.
Ero abituata a vivere lontana da casa, in un paese che non fosse il mio, nè avevo problemi con le lingue: per la prima volta però ero senza un soldo, sprovvista di ogni minima forma di sostentamento.

Di solito l'animale pagava la retta dei collegi, e mi mandava anche dei soldi per le mie cose, che però non usavo quasi per nulla.

Sorprende sempre questo mio comportamento: non ci si riferisce a proprio padre spesso come 'animale', vero?.

Ho parlato del mio passato solo con una persona, un amico che ho amato moltissimo: perfino lui la prima volta che gli ho detto 'dell'animale' ha faticato ad accettare un giudizio così netto, severo, definitivo, senza spazio per discussione alcuna.

Ma poi ha capito, ed anzi ha finito per guidarmi ancora più a fondo nell'odio per quel verme: l'ho ritrovato così grazie a lui oggettivo, e spogliandolo d'ogni parzialità l'ho reso universale.
Di come questo sia inerente a questa mia confessione parlero' in futuro.

Si potrebbe pensare dunque che ai tempi fossi un'idealista esaltata, una fanatica con la puzza sotto il naso, e che questi miei comportamenti così estremi non fossero altro che un vizio che potevo, molto semplicemente, permettermi senza correre alcun rischio.

Una delle tante figlie di papà rivoluzionarie, dure e pure, ma solo a parole: solo a slogan pronte a cambiare il mondo, e poi invece leste a tornare sui propri passi quando l'esigenze degli altri intaccano privilegi personali.

L'odio nei confronti di mio padre, egualmente, si potrebbe ricondurre a una certa forma di autorità che egli esercitava su di me, limitando la mia libertà e quindi riempiendomi di costernazione e frustrazione.

No: io odiavo fisicamente, visceralmente mio padre e quella ricchezza, immensa, di cui ci circondava, di quella smania di potere di cui era schiavo, di quell'ossessione che aveva levato a proprio Dio.

Tutto mi dava la nausea.

E dire che sicuramente grazie a tutto questo sono stata una bambina molto felice: ho vissuto fino ai dieci anni l'esistenza agiata di una principessa.

La mia stanza era più grande dell'aula di scuola, il mio letto a baldacchino, le mie bambole, i miei vestitini erano un sogno per le altre bambine.
L'autista che mi portava a scuola, e che puntualmente m'attendeva all'uscita, faceva invidia a tutti, e io, almeno in parte, percepivo questa invidia e ne godevo.

A scuola tutti, dal primo all'ultimo, erano servili con me: non voglio dire che ne approfittassi, ero talmente piccola che non avrei neppure saputo formulare un capriccio, ma sicuramente mi sentivo unica.

Ero unica.

Ero l'unica figlia di un cane.

Tutto cambiò, radicalmente, definitivamente, violentemente, quella notte.

Già a quei tempi soffrivo d'insonnia: mi alzavo a volte nel cuore della notte e scendevo in cucina a prendermi una tazza di latte e miele che m'avrebbe aiutato a riaddormentarmi.

Quella sera la luce in cucina era accesa: vi sentivo provenire delle voci concitate - voci conosciute che non mi spaventarono dunque.

In pigiama, un po' assonnata, entrai in silenzio in cucina e lo vidi.

Seduto al tavolo, dove io facevo colazione ogni mattina, c'era una bambino legato e imbavagliato: il suo viso gonfio, tumefatto, sporco, mi terrorizzò. Mi guardò un solo istante: non dimenticherò mai il suo occhio nero, quel rivolo di sangue coagulato sotto il naso, i suoi singhiozzi, rotti solo di tanto in tanto da un respiro più profondo e affannoso.
Tremava.

'Cosa fai tu qui?'

La voce severa di mio padre mi sorprese.

'Io volevo il mio latte'

'Vai a letto, stanotte niente latte' mi disse con tono perentorio.

Indugiai un attimo, guardando ancora il bimbo.

'Ma lui chi è?'

Mio padre allora si rivolse spazientito a uno dei suoi uomini e aggiunse:

'Cosimo, prendila e portala a letto'.

Cosimo mi prese di forza in braccio e, facendomi un po' male, mi portò in camera mia.

'Lui chi è Cosimo?' chiesi anche a lui.

'Lui non è nessuno' si limitò a dire in dialetto aggiungendo dopo una breve pausa 'Dimentica tutto, è solo un brutto sogno'.

No, non era stato solo un brutto sogno.

Le mie insonnie da quel giorno peggiorarono, ma ero terrorizzata e non osavo più scendere in cucina.

E nel cuore della notte alle volte mi svegliavo con il cuore che batteva all'impazzata, e allora mi pareva di sentir venire, dalla cantina, delle urla disperate di dolore.

Non chiesi più nulla a mio padre, ma ascoltavo, per la prima volta, le sue conservazioni con gli zii: 'Se non pagano gli tagliamo anche l'altro orecchio', 'quei bastardi mantovani non hanno capito cosa devono fare' e ancora 'Beh, adesso che abbiamo i soldi ci conviene farlo sparire, è troppo rischioso liberarlo'.

Iniziai a rifiutare il cibo: non potevo più mangiare, non più in quella cucina, non più in quella casa.

Tentarono con le buone, poi con severità: niente da fare.

Dimagrivo sempre di più, rifiutavo tutto, e iniziavo a non sentirmi bene, a perdere le forze.

Passavo giornate intere nel mio letto, con una strana febbre che non ho più avuto da allora.
Infine il medico capi' che era una forma nervosa, e allora fu consigliato a mio padre di mandarmi lontana, e quella fu la mia salvezza.

Lontana: lontana dalle conversazioni di Cosimo e Salvo, che ridevano raccontandosi per l'ennesima volta della manovra che aveva mandato fuori strada l'auto di quel bambino, del colpo di pistola a bruciapelo all'autista che aveva accennato una reazione, e della disperazione della madre cui lo avevano strappato, e delle botte per farlo star zitto, e di quel pezzo del suo stesso orecchio che gli erano riusciti a far mangiare, a forza di tenerlo digiuno per giorni in cantina.

Lontana da mia madre, egualmente disgustosa quando recitava il rosario e raccomandava a mio padre 'di fare le cose per bene, in modo che non restino testimoni'.

Lontana, infine, da quel giardino, dove io sapevo, e forse era vero, che riposava ormai il corpicino devastato di quel bambino, di cui non ho mai saputo il nome, sotto quella piscina fatta costruire in fretta e furia dopo quegli eventi.

9 comments:

  1. Il senso di nausa... è preofondo il senso di nausea che avverto pensando alla realtà, all'efferatezza delle persone, a quel mondo ignobile verso il quale spesso chiudiamo gli occhi perchè "non ci appartiene".
    Non è vero: quel mondo è il nostro mondo, noi ne facciamo parte. Siamo tutti colpevoli nel nostro silenzio e nella nostra presunta impotenza.
    Vittime, a milioni. Bambini, donne, uomini onesti e noi... affacciati ad un balcone a guardare la vita da un piano diverso.

    Continua Gio...
    Joh

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  2. Mi hai ricordato "Io non ho paura" che è un film che ho amato immensamente, tratto da quel magnifico libro del grande Ammaniti. Mi è salita la rabbia come quando vedevo quelle immagini e sfogliavo quelle pagine, la rabbia dell'impotenza nel sapere che ora (solo ora) è un film, una storia, ma nella realtà è vita di tutti i giorni. Bravo Gio, davvero bravo ;)

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  3. Cara Joh,

    stasera ti riportero' il passo esatto che mi ha ispirato l'orribile scena dell'ingestione del proprio orecchio.
    Ti sorprendera', nel sono sicuro.

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  4. Gio said...

    Cara Maraptica, sei troppo gentile, come sempre :-)
    Adesso pero' prendiamo una piega meno violenta e piu' avventurosa per 'lei' :-)

    A presto!

    Gio

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  5. Gio.. stavo per andare a pranzoooooooo!!!

    :o))

    Joh

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  6. Perchè sono un signore evitero' una terribile battuta scontatissima ;-)
    (mi vergogno d'averla anche solo pensata)

    Ciao :)

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  7. "....... io non mangio carne?"

    Ciao RazdeGio!

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  8. L'hai voluto tu Joh :D

    Niente orecchiette spero ;-)

    Ok, adesso mi vergogno di me stesso :'-(
    Contenta? :D

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  9. ahhahhaahhaah.... dai che la mia era peggiore!!!

    p.s. Mai vergognarsi!! Ricordalo!! :o))

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