Friday, 30 July 2010

Il primo giorno


Ecco il seguito di 'Una nuova vita'
Arrivai con largo anticipo: la lezione sarebbe iniziata alle 9, ma ero talmente emozionata di cominciare che m'ero svegliata prestissimo, incapace di riprendere sonno.

In sella alla mia bicicletta avevo attraversato la città ancora semi-deserta: nello zaino qualche penna e un quadernone per gli appunti, in testa vaghi progetti per il futuro, nel mio cuore speranze senza forma ma tenaci.

In quei giorni alternavo odio e amore, innanazitutto nei confronti di me stessa.

Mi vedevo ora aguzzina spietata, ora vittima di un peso insostenibile: ora m'odiavo visceralmente, ora m'amavo teneramente.

L'alternarsi di questi sentimenti, che non m'ha mai abbandonata del tutto, m'avrebbe tenuto lontani quasi tutti, avrebbe viceversa sedotto altri, e avrebbe lasciato quasi indifferente solo lui, e per la piu' ovvia delle ragioni.

Il dipartimento era ancora chiuso: cercai un edicola, un bar.

Quello che sarebbe diventato presto un rito, giornale, cappuccino e brioche prima delle lezioni, l'improvvisai quel giorno in un piccolo Caffè di Lansstrasse, dietro il museo di Arte Asiatica.

Seduta su una panchina osservavo i passanti: giovani punk, uomini d'affari di corsa, impiegate, studenti diventavano un tutt'uno.
Dall'esterno, guardavo quel flusso in cui ogni particella perde per un istante la sua individualità, per essere solo parte di un insieme.
Osservavo l'alternarsi del rosso e del verde dei semafori, e gli occhi fissi al colore dei passanti: meditavo su quel semplice input binario capace di condizionare l'azione degli uomini.

E mi domandavo quanti di quelli non facessero null'altro che seguire pedissequamente simili condizionamenti: fame-sazietà, desiderio-appagamento.

Sicuri sempre di fare la scelta giusta, rosso 'non passare', verde 'vieni avanti', le loro vite erano sicuramente piu' semplici della mia, in cui al singolo colore s'erano sostituiti mille coriandoli d'ogni possibile variazione cromatica.

La mia stessa apparente determinazione non era che un'atteggiamento razionale che inteveniva in una situazione di confusione emotiva spesso totale: dall'esterno dovevo sembrare molto decisa, come lo ero stato con Albert, il gestore dello strip club, e come forse alle volte sembravo pure a me stessa, ma non facevo in realtà che seguire ostinatamente una direzione qualsiasi tra le mille che mi sembravano possibili.

Di una cosa ero sicura: non dovevo dare l'idea di tentennare.
Chi m'avesse visto esitare, formulare dubbi, indugiare troppo, avrebbe sicuramente approfittato di me.

Aprirono i cancelli: aspettai che qualcuno entrasse prima di me, quindi feci per la prima volta il mio ingresso al dipartimento di Fisica.

La prima lezione sarebbe stata di Algebra Lineare: arrivai in aula e presi posto in una delle prime file.

Alcuni ragazzi erano già li: erano divisi in piccoli gruppi, magari di studenti provenienti dalla stessa scuola superiore, o dalla stessa città.

Legami che spesso ci sembrano ben deboli, diventano forti quando sono gli unici: e l'accento di uno sconosciuto che ci ricorda il nostro, o una maglietta di un gruppo rock che conosciamo, sono subito simboli di appartenenza.

Lo sapevo bene pure io, che ero completamente sola per motivi ben diversi da quelli comunemente intesi.

Al mio fianco si vennero a sedere due ragazze: sicuramente per loro il fatto che io ero una donna era un simbolo di appartenenza. Fui con loro molto gentile, credo, ma già una settimana dopo le vidi sedersi qualche sedia piu' in là: non mi costo' l'averle perse di vista.
Diventavo semplicemente ancora un po' piu' consapevole della mia situazione.
Mi iniziai pero' a domandare, per pure curiosità forse, come fossi vista 'da fuori'.

I ragazzi, diversi piuttosto timidi, anche quelli che facevano gli spavaldi, non andavano oltre qualche approccio generico - forse ero il a non lasciarli andare oltre? Eppure continuavo ad avere cura di me stessa: tenevo molto alla mia bellezza, quasi fosse la cosa piu' facile da amare.

Per me stessa intendo: m'aggrappavo all'immagine che vedevo nello specchio come a un idolo, come forse un artista tormentato dal male di vivere ritrova nella sua arte un attimo di serenità, cosi' io nella bellezza di quel mio stesso corpo bramavo ritrovare il calore di un abbraccio che non avevo mai avuto.

E iniziavo a rendermi sempre piu' conto dell'attrazione che provavo, fisicamente, per le altre donne piu' che per i ragazzi.

Le prime lezioni furono molto stancanti: il mio tedesco era piu' che buono, ma non era certo avvezzo al periodare a volte senza capo nè coda, alla sintassi incerta, ai voli pindarici dei miei professori. Alle difficoltà delle materie dunque s'aggiungevano quelle della lingua, ma riuscivo comunque, studiando, a seguire con profitto le lezioni.

Le cose iniziarono a cambiare quando, per un corso di laboratorio, dovetti entrare in un gruppo di lavoro con altri 3 studenti.

6 comments:

  1. Se i capitoli precedenti di questo racconto mi hanno tenuta incollata con il naso al monitor per le vicende della protagonista, in questo ho avuto un sussulto nell'essermi riconosciuta in una sua caratteristica.
    Ogni mio atteggiamento ha lo scopo principale di far sì che la gente veda cio' che non sono in realta'...
    E mi meraviglio per quante persone riesco ad ingannare...

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  2. Ecco un'altra cosa che ci accomuna cara Dony :-)
    A presto!

    Gio

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  3. Non immaginavo sarebbe diventato un racconto così costante, di solito ci lasci con il naso all'insù caro Gio ;)
    Aspetto nuove...

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  4. Mia cara, mi sono affezionato a questa ragazza :-)

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  5. si giò: un'immagine bella allo specchio,anche quando hai freddo...e gli occhi tristi..:-)

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  6. La prima cosa da amare :-)

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