Thursday, 15 April 2010

Un sogno malinconico

Questo sogno lo devo romanzare un poco: alcuni dettagli al mio risveglio erano già troppo confusi, e il mio ricordo risultava essere la sovrapposizione di immagini legate tra loro solo dal tema di sottofondo e non da una struttura consequenziale.

Ho ricevuto un invito misterioso, recapitatomi a mano nella mia buca delle lettere, senza francobollo.
Non è specificato chi sia il mittente, ma conosco bene il luogo nel quale sono invitato: è la villa dei miei nonni, dove tanti pomeriggi ho trascorso da bambino, prima che fosse venduta a degli estranei dopo la loro morte.

Sono un po' perplesso, ma comunque sicuramente curioso di rivedere quelle stanze illuminate da grandissime finestre, il giardino con le felci e gli alberi da frutto; voglio risalire la scalinata che porta fino su alla torre, voglio scrivere ancora, come facevo da bambino, il mio nome nella polvere che ricopriva ogni superficie in quella soffitta colma di vecchi bauli, libri, vecchi mobili.
Ogni volta che ci tornavo cercavo di rileggere nella polvere il mio nome: mi meravigliavo sempre ritrovandolo.

Decido di accettare l'invito.

Arrivo davanti il grande cancello: è aperto.
Con il mio invito in tasca, entro tranquillo.

Il giardino è diverso: una grande area è stata asfaltata per farne un parcheggio, e in effetti ci sono auto ovunque.

Salgo la scalinata, su fino all'ingresso.

Anche la porta di casa è aperta - entro.

Mi dirigo verso il grande salone, dove pranzavamo a Natale, dove i miei nonni passavano la maggior parte della giornata.

Una musica assordante viene da quella direzione: varco la soglia della stanza e mi ritrovo in una specie di discoteca.
Nulla è rimasto di quello che ricordo.

La tappezzeria alle pareti, motivi floreali su sfondo giallo, o ingiallito dal tempo, è scomparsa, al suo posto un bianco lucido, qua e la qualche forma geometrica fosforescente; i vecchi lampadari a candelabro, l'orologio d'ottone, le lampadine e forma di fiammella, spariti, ora ci sono invece luci al neon, fibre ottiche, schermi digitali, e proiettori particolari a ritmo illuminano le pareti di bianco, viola, azzurro, giallo; i vecchi divani, le poltrone, le sedie imbottite sono state soppiantate da divanetti in pelle, sediole di plastica; dei vecchi tappeti non c'è piu' traccia, e il parquet è stato spazzato via da piastrelle bianche e nere a quadrettoni.

Nella calca cerco di farmi strada verso un tizio che sta animando la festa.
A fatica mi avvicino, cerco di parlargli ma continua a dimensarsi a ritmo come se non esistessi.
Ogni mio tentativo di entrare in contatto con quella gelatina umana è infruttuoso - sono stanco e sfiduciato, smarrito: chi diavolo mi ha inviato il biglietto? chi puo' avermi voluto a quella festa delirante?

Mi allontano dalla bolgia.

Il resto della casa è disabitata e spoglia.

Dal tinello passo alla cucina, poi in anticamera, poi su per le scale: è tutto vuoto.

Voglio andarmene, ma mi ricordo che non ho guardato in cantina.

Dal guardaroba mi infilo nella porta che scende al primo piano sottoterra.

Li è tutto rimasto come un tempo: neppure la mia paura è diversa, quella paura che ogni volta mi accompagnava in quelle stanze umide e buie, dove ogni rumore esterno era attutito, e ogni sussurro interno amplificato.

Scendo i gradini: mi guardo attorno pieno di stupore - chi mi ha invitato forse è qui?
Di tutta la casa è solo qui che ho ritrovato qualcosa che conosco e che sento ancora mio: tutta la confusione della sala da ballo, tutte le auto in giardino ... tutto mi sembra cosi lontano adesso.

Anche se ho paura, qui mi sento meglio.

Passa un po' di tempo.
Ho esplorato tutto il primo piano della cantina, e non ho trovato nessuno.

Mi resta ancora da controllare l'ultima stanza, quella ancora piu' tenebrosa, dove mi sono avventurato pochissime volte, ancora piu' giu' nella profondità della terra.

Scendo la ripida scalinata, tengo stretto il corrimanico.

Una luce, mi avvicino.

Finalmente sono arrivato.
Finalmente vedo qualcuno che conosco.
'Oh Gio, sei arrivato! Vieni con noi'.

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