Friday, 30 April 2010

Quel week end a casa

Non so quale circostanza burocratica avesse consigliato il ricovero giovedi, o forse venerdi, e l'intervento solo all'inizio della nuova settimana: sta di fatto che il week end l'avrei potuto trascorrere a casa.

Avevo 14 anni ed ero gonfio di dolore, schiacciato sotto il peso esile del mio corpo, fragile e debole, provato, e stanco, ed esausto.
Vinto dal male, dalla sua puntualità bigotta, infastidito dalle sue manifestazioni piu' sciocche, stremato da quelle piu' severe.

Entravo in quell'ospedale con il ricordo di tutto quello che mi era capitato li dentro pochi anni prima, avendo bene in mente ogni sfumatura di quello che li vi era morto di me, in un istante, forse per una sciocca negligenza, che mi aveva semplicemente cambiato la vita.

Questo è quello che pensavo: con gli anni poi mi sono rassegnato all'idea che non avrei comunque avuto scampo, ero comunque già segnato, condannato alla malattia, a quello che ne consegue.

Ritorno a quel week end, ai sorrisi di chi mi saluto' con la mano, alla tristezza di chi, beh, di chi immaginava il mio dolore, al mio non pensare a nulla.

Ti tolgono gli occhiali, ti mettono nudo in una vestagliona.
In sala operatoria fa sempre freddissimo, e sei già un po' confuso per via dei calmanti quando scambi quattro parole con gli infermieri.
Il mio cognome è diffuso anche in Africa - un infermiere di colore s'immaginava di trovare un 'fratello' avendo letto il mio nome su una scheda.

Mi ha spinto tanto verso di sè che oggi io sono dalla parte del mio male.

Non esiste nulla di me senza di esso: non la mia ironia, non il mio amore smodato per la bellezza, non il mio perdermi in discorsi senza senso, non il mio cercare negli altri un seme di quello che è già germogliato in me, le cui radici sono scese in profondità fino all'anima.

Il male nella mia vita è stato simile a un sole che ne eclissa un'altro: tutto è vano al di fuori di esso.

E' entrato nella mia esistenza come parassita, ma ora i ruoli si sono invertiti - è lui a nutrirmi, sono io a non saper piu' fare a meno delle sue regole.
Senza il male cosa sono?
Centomila domande mi perseguitano da sempre: chi mi ama, mi ama perchè soffro?
E io, cosa ho ottenuto con le carte che avevo in mano? Poco? Tanto? Nulla?

Nulla?

Adesso basta: domani parto per lavoro, staro' via una settimana.
Ho messo la moderazione dei commenti per evitare scorrerie di troll o simili.
Adesso devo tornare il Gio professionale, lo 'scienziato' della domenica.

Go Gio, GO!

Torna presto dal tuo viaggio, Viola!

6 comments:

  1. Tu sei Gio a tutto tondo (malgrado la magrezza immagino). Le malattie ci segnano e noi diventiamo la malattia perchè è dentro di noi. E' così che dobbiamo imparare a vivere. Con il nostro bagaglio appresso. Un marchio indelebile. Non credo che le persone ti amino per quello che la malattia ti provoca ma ti ami per la persona che sei con la tua malattia appresso. C'è chi ha nel proprio zainetto la qualunque cosa. Tu hai questo. Questo sei tu.
    Compassione?.. quella dopo un pò passa, credimi! Chi resta resta e ti ascolta è solo perchè sei Gio.

    Buon viaggio.
    Un troll chiamato Joh

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  2. Caro Giò,
    mi dispiace di questa esperienza crudele. Non oso immaginare quale malattia ti abbia colpito così giovane. Ma di certo non ha intaccato il talento naturale che hai nello scrivere. E' un vero piacere leggerti.

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  3. Credo che ci siano aspetti nel modo di essere delle persone che si formino a prescindere da tutto.

    Buon lavoro

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  4. Le vostre risposte mi commuovono, davvero.

    Alle volte mi sembra davvero che la mia vita non sia altro che soggiacere a leggi ferree, eppure irrequiete, che cambiano così, per un nonnulla.

    Non dimenticherò queste parole.

    A presto allora.

    Gio

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  5. gio a prestissimo, sono sfinita e tu meriti un bel commento. a domani,
    notte
    viola

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  6. come dice Enrica è un vero piacere leggerti.

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