Tuesday, 2 February 2010

Atarassia

Sono l'ultima persona presso la quale cercare conforto quando si hanno intenzioni suicide. Non ho mai pensato, personalmente, al suicidio come una possibile soluzione, neppure nei momenti piu' terribili, ma non sono sicuro di saper o voler trovare le parole giuste per sconsigliare un gesto simile. Avverto sempre i miei amici di questo con largo anticipo.

Sono favorevole all'eutanasia, quando la situazione sia definitivamente compromessa - e fatico a chiamarla suicidio.

Io nei momenti piu' terribili pensavo alle belle ragazze che avrei tentato di sedurre in ogni modo, all'ebbrezza che si prova spalancando il gas in uscita di curva, alla libertà che avrei riassaporato quando quei drenaggi mi sarebbero stati strappati via. Alle volte sono stato vinto, perfino, dall'odio per la mia sorte, e ho sentito crescere in me una furia senza bersaglio preciso piu' forte del dolore e della frustrazione. Nei momenti invece di dolore e tristezza cronici, mi lascio paradossalmente andare di piu', mi ritiro nella mia solitudine un poco, fino a ricordarmi che dopotutto le cose possono sempre andare peggio, e che senza volontà non si ottiene nulla.

Mia madre era solita dire, quando eravamo bimbi, che non ci si doveva aspettare 'la manna dal cielo' - e allora via, ancora una volta, a scavare a mani nude questo suolo duro e arido, a piantarvi semini di speranza, e vedere poi tenere piantine crescere dalle fessure della terra, e prendersene cura. Di tutti gli insegnamenti di cui mi è stato fatto dono, questo è forse il piu' prezioso.

In labore fructus

Volontà, saggezza, conoscenza. Tutti e tre questi ingredienti sono per me necessari - nelle mie condizioni questi sono i vertici di un triangolo equilatero nel cui baricentro trovero' il mio equilibro.

Ricordo un episodio significativo.

Ero appena uscito d'ospedale, nel 2004 - un'esperienza drammatica sia per come vi ero entrato, una settimana dopo la laurea, dopo due mesi di paura per una diagnosi di 'urgenza' che non sapro' mai se esagerata o meno, ma anche per le condizioni terribili, in senso igienico e d'organizzazione, del reparto in cui rimasi ricoverato.

Gli ultimi esami del sangue fatti erano risultati un po' sballati - erano schizzati in alto i globuli bianchi. Per forza! Immaginate l'afoso luglio milanese e un sistema di condizionamento dell'aria lasciato alla mercè del paziente piu' prossimo alla finestra, un vecchietto nel mio caso, e quindi l'alternarsi di sudate colossali e brezze artiche nelle notti. Per fortuna, prima di ricevere il referto, anticipai al medico i miei timori - quella notte avevo avuto un transitorio episodio di mal di gola, e l'esame mi era stato fatto all'alba. In qualche modo, il primario stesso ci confido' che quel reparto era il luogo meno salubre per me, e mi mandarono quindi in riabilitazione.

Il viaggio verso la struttura sul lago fu piuttosto pesante: stavo male. Trovai ristoro in un paio di ghiaccioli presi lungo il tragitto. La prima mattina nel nuovo ospedale fu viceversa molto interessante. Mi avevano attaccato varii sensori - che monitoravano costantemente frequenza cardiaca, pressione e cosi' via. Le infermiere erano molto carine - in circostanze diverse avrei potuto fare il galante - un gioco divertente e senza nessun secondo fine, che è bellissimo mettere in pratica quando la tua stessa consapevolezza è comune a chi hai in fronte a te.

Si, perchè non so come dirlo, ma in realtà a me le fanciulle non interessano quasi mai, e inoltre quando ho a che fare con ragazze non sciocche so bene di non intimorirle con i miei approcci che loro sanno innocenti, e che se avessero intenzioni diverse sarebbero patetici. Smetto quasi sempre di vedere una ragazza come potenziale partner sessuale appena la scopro interessante per altro verso. Questo è un limite terribile, che reputo dipendere dalla mia ignoranza affettiva.

La mattina vennero le infermiere: puntura di eparina, prelievo, antibiotico in vena, nuove federe.

Mi alzai dal letto e feci pochi passi in camera, in attesa che finissero con le lenzuola e i cuscini.
Il medico entro' di corsa e preoccupatissimo in camera: il mio battito cardiaco era alle stelle. Mentre lui, in ansia, mi chiedeva di rimettermi a letto, e iniziava a farmi domande, e si consultava con un collega circa la terapia migliore (ero uscito senza alcun farmaco adeguato dall'ospedale) tra me e me io ridevo.
In quel momento, benchè in condizioni fisiche terrificanti, arrivai a pesare 42 chili, e data la mia altezza non è esattamente il peso ideale, benchè ancora pieno di acciacchi e senza un futuro, la mia laurea valeva ben poco visto che appiccicato vi ero io, mica una persona a posto, mi sentii invulnerabile. La preoccupazione del medico non mi sfiorava neppure.

Ok, vuoi farmi morire qui? Perfetto - saro' arrivato in punto di morte senza paura, senza aver nulla di cui vergognarmi particolarmente, senza inconfessabili debiti nei confronti di nessuno, senza aver mai dovuto piegare la mia intransigenza a compromessi ridicoli.

Poi ando' tutto bene.

Quel ricovero tranquillo seguiva una settimana terrificante, e trovavo tutto piacevole, perfino l'accento marcatissimo di quelle zone, perfino le visite del vecchio prete del villaggio, una figura che trovavo tenerissima.

Ne ho trovati molti di preti in queste mie avventure.

Alcuni, dei perfetti idioti, altri viceversa molto premurosi.
Ne ricordo uno, altissimo, vestito di nero e viola. Ai tempi io ero ancora un ragazzo, e quando venne in camera nostra, dopo qualche parola di rito, ci chiese di pregare - io, che già ai tempi non ero certo un paladino della croce, mi adeguai alla sua richiesta. Eravamo in tre in quella stanza. Uno un autentico idiota (se ne trovano sempre ...) e uno un vecchierello. Lo immaginai pio - e in quell'istante capii quanto per lui potesse essere di conforto la parola di quel ministro del Dio in cui forse non credeva ma avrebbe voluto credere. Tornero' su questo punto.
La suorina della sala di post-rianimazione la ricordo con affetto.
Era ancora nel 2004 - mi portano in questa camera di degenza momentanea. Accanto a me un omone o un donnone - ero senza occhiali, e per me restano misteriosi sia il sesso che lo stato di quell'essere: vivo o morto? Piu' in la una donna, in stato di assoluta incoscienza (sotto sedativi suppongo).
Io ero perfettamente vigile, anche se immobilizzato.
Entro' questo esserino - si avvicino' alla donna e inizio' a parlarle - ma non v'è dialogo con chi è cosi' sedato. Allora mi parlo' un poco. Mi chiese per prima cosa se credessi in Dio. Io dissi di no - già mi aspettavo una rampogna, un ammonimento o che, invece niente. Si limito' a farmi gli auguri - voglio credere affettuosamente.

Torno indietro di qualche anno - 1993.

La mia vita è dominata dal male, ma non sono stato poi cosi' male: ho giusto subito 8 interventi, ma le cicatrici piu' profonde non sono quelle che ho lungo la schiena, sul petto, quelle invisibili nel fondo delle cavità oculari - sono quelle della memoria.

Chissa, forse cerco, nel mio passato, dei mattoni, un po' di calce per costruire una cattedrale nel deserto, un oracolo per il culto di me stesso.

La zia mi portava i savoiardi da mangiare.
Ma io non li ho mai amati particolarmente, quindi li sbriciolavo, e ne lasciavo cadere le briciole sul davanzale.
Li arrivavano gli uccellini a mangiarle.

Mentre ero intento in questo gioco, entro' nella stanza 'il Don' - il prete del mio quartiere, dei miei anni di bambino. Il prete che rispose alla domanda di mia sorella, scossa dal buio e dalla tristezza della Chiesa nel venerdi santo, il prete che strinse amicizia con mio padre quando, incontrandosi, si scambiarono poche battute. 'Sa, io non vado molto d'accordo con i preti', 'Neanche io'.
Non c'è spazio nella mia vita per la religione - ma v'è spazio per il sacro - e nel mio rapporto con la sacralità - che per me è tutta umana - non dimentico la sua figura, le sue parole.
Abbandono' il nostro paese che ero ancora un bimbetto, eppure sono sicuro di aver imparato, o cercato di imparare, da lui anche nell'esprimermi - ascoltandolo, leggendo qualche volta i suoi giornalini parrocchiali che arrivavano ancora, di contrabbando, nel nostro paese e cosi via.

Mi regalo' un giorno un libricino della concorrenza, le 101 storielle Zen.

Sapeva tutto di me.
Durante il mio primo ricovero, nel 1988, era li quando mi dovettero estrarre del midollo dalla schiena (o qualcosa di simile). Un'operazione dolorosissima, e senza anestesia. Prese mia madre, la porto' fuori dalla stanza. Io urlavo dal dolore - ero troppo piccolo per capire che dovevo soffrire in silenzio, e che non dovevo far sapere a nessuno del mio male. Con il passare degli anni ho sentito le mie urla che inseguivano mia madre nel corridoio, e ho visto il suo abbraccio. A poche persone devo tanto quanto a lui.

Entro' in camera mia.

Mi vide li a giocare con gli uccelletti, e ne scrisse parole che non posso leggere senza esserne commosso ogni volta.
Quelle parole, come sussurrate al mio orecchio, un suo dialogo con Dio, mi hanno convinto di una cosa: tutto il sacro che cerco è nell'uomo.

Devo recuperare il libro in cui è raccolta.

4 comments:

  1. Leggere i tuoi post mi regala un angolo particolare fatto di silenzi, ricordi, e suoni. Grazie

    ReplyDelete
  2. ..il suicidio è per i dilettanti della sofferenza.
    noi andiamo fino in fondo, Kleiner.

    love, mod

    ReplyDelete
  3. Grazie a te Angela :-)
    E ripeto: hai un bellissimo blog, consiglio a tutti una visita!

    Mod, io voglio cavare l'acqua dalle pietre.
    (è un modo di dire delle fiabe di alcune parti del mondo, non so se ci sia la stessa immagine nella cultura tedesca).

    ReplyDelete
  4. Caro, dolce Gio, i tuoi ricordi li porterai con te sempre e se anche li condividi con noi il peso sarà solo tuo così come il peso dei miei lo porterò per sempre con me, allora...
    Allora oggi aggiungiamone altri magari leggeri leggeri come il mio racconto.
    Ascolta il lied che ho postato, sono certa che lo amerai come me.

    ReplyDelete