Wednesday, 10 February 2010

Uso e abuso

Ieri sono tornato a casa piuttosto presto.

Non che stia male, ma preferisco non strafare in questo periodo di gelo e malanni, tanto piu' che per un paio di settimane ancora staro' svolgendo mansioni routinarie che posso approfondire anche da casa. In ufficio poi, è tutto una eco di colpi di tosse - per domani prevedono -10 alle nove del mattino.

Alle 7 di sera ero già in salotto.

Sono stati qui degli ospiti domenica: una coppia di buoni giovani che conosco da un po' di tempo. Era la prima volta da tanto tempo che qualcuno, che non fosse un parente, entrava in casa mia.

Sono ospitale e distante.

Si parlava del piu' e del meno - in sottofondo un disco di Cecilia Bartoli.

Quando Cherubino ha iniziato a sussurrare 'Voi che sapete' mi sono bloccato. Ho smesso di parlare un secondo - per forza di cose ho dovuto seguire l'aria. E' stato il pretesto per parlare di musica - e per passare in rassegna alcuni dei miei dischi.

Ho il Louvre in casa mia.

Abbiamo ascoltato, in circa due ore, un po' di tutto: dal medioevo allo Swing, passando per il barocco, alla musica classica in senso stretto. I dischi di John Zorn e George Lentz, folle artista australiano, non abbiamo fatto in tempo ad ascoltarli proprio.

Passo la maggior parte del mio tempo, a casa, ascoltando musica - non credo sia una dipendenza, ma di sicuro mi dona molto.

Me ne sono reso conto proprio ieri: ho iniziato con un duetto Viola-Violoncello, qualcosa di bizzarro e molto evocativo, che vi faro' ascoltare domenica. Quelle pennellate di basso, che sembrano mimare la danza un po' goffa di un rinoceronte in tutu', mi hanno veramente sedotto - alla fine ero io stesso ad abbozzare un ballo improbabilissimo.

Mi è venuta in mente la mia professoressa di prima liceo, una delle non rare figure adulte con le quali ho avuto rapporti da adolescente.

Ci siamo conosciuti che ero veramente uno straccio: dolorante, senza ancora la consistenza e la durezza che mi contraddistinguono oggi - allora non sognavo certo di essere un Dio vendicatore, ero semmai la vittima sacrificale della tribu'. Non ero consapevole di quello che oggi mi sembra ovvio. Osservavo, con un po' di timore, gli altri: temevo, in cuor mio, di scoprirmi inadeguato. Inizio' allora un percorso, chissa quanto artefatto dal mio essere malato, di alienazione. Per me, che mi ammalai davvero a 9 anni, per quanto la mia malattia sia nelle mie cellule dall'istante stesso del concepimento, la consapevolezza di essere 'diverso' arrivo', non sorprendentemente, con la maturazione sessuale. Prima di quella trasformazione, dell'essere mio deforme, non mi curavo - non mi vedevo per nulla tale, nè gli altri, i miei coetanei avevano questa impressione. Di questo ho certezza.

Benchè alcuni indizi mi consigliassero già allora di lasciar perdere le persone normali, soffrivo molto la mia situazione.

Un giorno, un mio compagno di liceo, che giocava in una squadre di dilettanti di calcio, parlando, davanti agli altri, di un suo infortunio (senza nessuna conseguenza) mi guardo' con sdegno e mi disse '##, tu non puoi capire, tu non sai cos'è il dolore'.

Che eroe.

Accosto questo ricordo ad un altro analogo e vi riscopro ogni volta la mediocrità degli imbecilli.

Finito il primo anno, la nostra professoressa fu assegnata ad un altra classe, in un'altra città - requisito fondamentale per la nascita della nostra amicizia.

Sono stato un ragazzo molto timido - non le parlavo mai in modo chiaro e diretto, giunsi anche, durante una telefonata, a mentirle, quando mi chiese, in modo diretto, se mi fossi innammorato di Silvia.

Le confidai quanto conforto riuscissi a trovare nella musica.

Lei vi vide forse, e probabilmente a ragione, un rifugio piu' che una fonte di piacere sincero.

Mi disse in modo chiaro che la mia vita non poteva esaurirsi nella ricerca di un asilo sicuro e inaccessibile agli altri, dove nascondermi dal mondo di cui avevo paura.

Da quel giorno, ogni volta che sono rapito da qualcosa, o da qualcuno, mi domando sempre quale sia il seme della mia passione, e se da questo germoglierà un'albero alla luce del sole, o se invece si inabisseranno delle profonde radici nelle viscere della terra.

Dello stesso dubbio s'interroga la mia mente anche quando vedo negli altri una passione forse eccessiva, una speranza esagerata riposta in questa arte o in quell'essere umano - si, perchè anche gli essere viventi possono essere degli idoli spauracchio delle nostre debolezze.

Mi scuso se ho scritto assai malamente, ma sono ancora un po' scosso da un malessere generalizzato.

6 comments:

  1. spero tu stia meglio...

    le passioni, da qualunque motivo nascono, rimangono tali. Niente puo' durare a lungo, se non lo si ama di petto.

    Non hai scritto per niente male...anzi.

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  2. Oggi ho saputo che una mia amica sta male ( e non ha la tosse) e sta cercando asilo sicuro, dove nascondersi dal mondo di cui ha tanta paura. Spero di essere per lei ciò di cui ha bisogno in questo momento. Grazie delle tue sempre intense parole.

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  3. Beh! io sarei la meno indicata a fare una analisi sul tuo rifugiarti nella musica, io che ne sono succuba e dipendente e che attribuisco ad essa priorità assoluta...
    Posso dirti che tutto ciò che può dare conforto deve essere protetto e conservato gelosamente perchè farne a meno sarebbe da imbecilli!!! ;o)

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  4. Angela, spero di cuore che riuscirai ad aiutare la tua amica. E spero che lei sappia ritrovare fiducia in sè stessa, senza dover rinunciare a un briciolo della sua umanità - la parte vulnerabile eppure amabile che è in noi.

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  5. Nicole: ho freddo, e si scivola.
    La città è bellissima, il manto nevoso che ricopre un po' tutto è punteggiato da minuscoli fiocchi ghiacciati, che riflettono la luce come fossero piccoli gioielli.
    Bellissimo, ma gelido!

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  6. Cara Marisa, spero di poterne parlare presto con te a tu per tu :-)

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