Saturday, 20 February 2010

Sogno o son desto?

Nel primo sogno sono con mio fratello.

Stiamo scendendo a piedi dalla strada che porta a casa nostra dalle scuole elementari che abbiamo entrambi frequentato da bambini.

Si attraversa lo stradone, dove i vigili fermavano le macchine per farci passare, e dove per la prima volta ho conosciuto l'autorità di un'uniforme, e si entra in una strada tutta buche e cancelli un po' arrugginiti. Il circolo, sulla sinistra, la banca, sulla destra, e poi, dopo un paio di villette, sopra un largo portone, il simbolo della Lira, lo strumento musicale - li ogni tanto dei musicisti si ritrovano per provare. Capita di sentire nei tardi pomeriggi estivi, quando ancora è chiaro eppure la città già si sta riposando, mentre magari passeggi con il tuo cane, il canto di una voce, il sussurrare di un flauto, lo squillo un po' incerto di una tromba che non prende la nota come dovrebbe.

Provo sempre una strana emozione quando vedo, ancora oggi, per la strada, una chitarra in spalla, un violino a braccio, un sax tra le buste della spesa. Adesso abbandono la realtà ed entro nel sogno.
Ci sono dei luoghi onirici che da anni popolano i miei sogni.
Subito dopo la sala prove, sulla destra, da anni mi immagino un negozio di caramelle - una piccola bottega dall'insegna sbiadita e dalle vetrine povere. Spesso il negozio è chiuso, alle volte addirittura abbandonato. Nel mio ultimo sogno era abbandonato - e con mio fratello parlavo del fatto che da quando non viviamo più in città, ogni volta che torniamo troviamo delle grosse differenze.
Scendiamo la salita, ci stiamo avvicinando a casa, quando mio fratello trova un grosso anello metallico in terra. Sembra prezioso - e ha una strana particolarità, un piccolo cilindretto sporgente, che, se premuto, fa scattare un meccanismo per il quale parte dell'anello si ritira: utile, penso tra me e me, visto che ho sempre avuto grossi problemi a infilarmi un anello, vista la forma un po' particolare delle mie dita sottili.
Qualcuno deve averlo perso, e probabilmente lo sta già cercando.
Scendiamo ancora, passiamo davanti il vecchio oratorio.
Diversi ragazzi stanno giocando.
Mio fratello chiede se qualcuno di loro abbia perso l'anello.
Sciocco! penso tra me e me.
Infatti tutti dichiarano d'averlo perso, tutti reclamano la proprietà dell'anello e mio fratello si trova un po' in difficoltà.
Risolvo la situazione chiedendo, semplicemente, di dirmi il nome che è inciso sulla superficie dell'anello: solo il vero proprietario lo può sapere, no?
Ognuno dice un nome, ma nessuno indovina ... visto che nessun nome vi è inciso.
Scopro che non stiamo andando a casa mia, ma nella splendida villa dove vissero i miei nonni, e che da quasi 15 anni è stata acquistata da degli estranei.
Vi vedo mio padre, in giardino.
Il prato è bellissimo, è tutto un fiorire di margherite.
Gli raccontiamo la storia dell'anello.
Ci chiede di mostrarglielo: lo guarda un po' e lo riconosce.
E' del nonno, ma non è un anello, è una chiave.
Il sogno finisce con mio nonno, alla finestra, che ci ringrazia di avergli riportato quell'oggetto smarrito da tanto tempo.


Nel secondo sonno tutto è mistero.
Non c'è nulla di mio: non le persone, non gli ambienti.

Sono con una persona che non conosco.
Stiamo viaggiando sotto il tunnell della Manica.
In qualche modo, mi sono aggregato a questo gruppo di amici.
Per motivi che non conosco, il viaggio è molto tribolato: io e uno di questi ragazzi, con il suo figlio piccolo, siamo sulla prima carrozza.
Viaggeremo da soli, gli altri seguiranno a breve distanza.
Durante il viaggio in qualche modo entro in sintonia con Andrea e il suo figlio neonato.
Andrea ha del bagaglio, un PC, ma a un certo punto del viaggio deve consegnarlo perchè sia messo nella stiva.
Tutto procede benissimo.
Arriviamo a destinazione.
C'è una grossa torre, e un'area di ristoro.
Prima di passare ai bagagli, dei commessi gentilissimi ci offrono del caffè.
Io declino l'offerta, ma sono così insistenti e premurosi che finisco per prenderne una tazza anche io - ma solo per accontentarli, infatti la rovescio in un vaso di fiori.
Accompagno Andrea ai bagagli.
Gli restituiscono il PC, ma c'è decisamente qualcosa che non va: la borsa non è quella nera che gli ho visto consegnare durante il viaggio, è diversissima. Gli chiedo se sia tutto ok, ma non ha nulla di che lamentarsi. Penso di essermi forse sbagliato. Dobbiamo aspettare venti minuti l'altro gruppo di amici.
Entriamo nella torre: prendiamo l'ascensore.
Che strano: ci sono solo il pian terreno e i piani 8 e 9.
Saliamo all'ottavo.
Anche qui gente cordialissima: caffè, pasticcini. Al solito non voglio ma cedo - e nascondo tutto in qualche parte senza toccar nulla. Andrea si trattiene, con il figlioletto, ma io ne ho abbastanza.
Torno a pian terreno, aspetterò da solo gli altri, che inizio a sentire anche io come amici.
Arrivano.
Ecco che Andrea ci raggiunge: ma è senza il piccoletto!
Sua moglie non sembra scossa quanto me ... non posso fare a meno di notare che ha la sua bella tazza di caffè in mano.
Torno in ascensore, piano ottavo.
Si apre la porta e vedo le gentilissime commesse di prima che stanno cambiando d'abito il piccoletto. Sono sorprese di vedermi, mi dicono 'Hai visto come lo stiamo facendo bello?'. 'Adesso me lo date senza fare storie, ok?'. Prendo il piccolo, torno in ascensore, destinazione piano terra. Ma l'ascensore sta salendo, lo sento distintamente.
Arriviamo al nono piano.
S'apre la porta dell'ascensore.
In cabina entrano dei tizi, arraffano il piccolo, e si chiedono dove diavolo sia finito io.
'Sono qui sopra deficienti' sussurro, quindi mi lascio cadere dal soffitto cui ero, non so come, aderente.
Il resto è il solito dilaniare e squartare.
Tutto è bene quel che finisce bene, no?

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