Friday, 12 February 2010

La storia di Zalmoxis - seconda parte


Della mia infanzia, prima dell'evento che mi strappo' dalla mia famiglia, ho pochi ricordi confusi.

La figura di mio padre è quella meno nitida, e non posso dire di avere nostalgia di quell'uomo che mi appariva enorme e distante, occupato in faccende che lo tenevano per forza di cose lontano dalle preoccupazioni di famiglia.
Benchè all'apparenza assurdo, con gli anni avrei associato alla figura di padre, di riferimento da seguire a da cui imparare, l'uomo che, suo malgrado, fu l'artefice della morte del mio genitore, e della distruzione di tutto quello che avevo.

Di mia madre ricordo il bel volto pulito e sorridente, cinto da lunghi capelli biondissimi raccolti dietro la nuca, e la dolcezza con la quale accudiva me e mia sorella, una bambina di poco piu' grande di me. Di un'altra donna, piu' vecchia, dalla pelle segnata da profonde rughe e dai capelli bianchi, mi sembra di sentire ancora le melodie che ci accompagnavano nel sonno.

Vivevamo a Căpâlna, una città di cui oggi non resta traccia alcuna sulle mappe dei mercanti, e che pure allora era uno dei centri piu' importanti del nostro regno.

In seguito alle guerre contro l'impero, dalle quali eravamo usciti sconfitti ma non distrutti, erano sorte qua e la piccole cittadelle fortificate lungo il confine.
Mio padre era a comando di una di queste nel periodo della battaglia decisiva, con l'incarico di seguire i lavori, ancora da ultimare, di costruzione delle strutture di difesa, di istruire i giovani membri della nobiltà alla guerra e di tenere rapporti diplomatici con l'impero. Di tutto questo fui informato con gli anni, dal mio padre adottivo.

Il formidabile murus dacicus, che cingeva quasi per intero la cittadella, fosse stato completo al momento dell'attacco avrebbe reso la nostra postazione imprendibile se non con un lungo assedio, che probabilmente l'impero non si sarebbe potuto permettere in quegli anni, visti i disordini che contemporaneamente, da più parti, occorrevano alle frontiere.

In tre punti, nei quali la conformazione del terreno aveva reso più difficile l'edificazione, delle semplici palizzate in legno, con torri di avvistamento e un fossato, si sostituivano alle mura vere e proprie, che pure stavamo costruendo.

Fu proprio tra le due file di mura ancora in fase di costruzione, e già in parte riempite di pietrisco e assi di legno, che nostra madre ci ordinò di nasconderci quando ormai era chiaro che la città sarebbe caduta - l'attacco ero stato concentrato, saggiamente, solo ad uno dei tratti vulnerabili, mentre noi avevamo disperso, avevamo dovuto per forza di cosa dislocare, i nostri uomini, egualmente, a difesa di ogni punto debole.

Il genio militare di Lucio Fabio Giusto mi si manifestava, per la prima volta, quel giorno.

L'avanzare delle truppe imperiali fu annunciato dai nostri perlustratori con largo anticipo - ci avrebbe permesso di fuggire verso l'interno, dovendo rinunciare a tutto cio' per cui si era lavorato per anni e che non era ancora adeguatamente difendibile, ma salvando le nostre vite. Da Sarmizegetusa arrivo' pero' l'ordine del re - difendere ad ogni costo la città, che tra tutte quelle di nuova costruzione era la piu' prospera e attrezzata per resistere ad un assedio. Sarebbero state inviate immediatamente truppe d'ausilio con mezzi e viveri, che avrebbero attaccato le retroguardie dell'armata romana, stringendo gli assedianti, in assediati. Con gli anni mi convinsi che quest'ordine nascondeva invece un piano ben preciso del re, che voleva sbarazzarsi di un vassallo, mio padre, che stava accrescendo il suo potere di anno in anno, e che presto avrebbe potuto avanzare richieste di indipendenza o semi-indipendenza.
Le truppe promesse infatti non arrivarono mai, e le nostre forze, nulle se paragonate alla straordinaria potenza delle legioni in marcia se affrontate in campo aperto, non poterono resistere che per poche ore alla pressione nemica.

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