Tuesday, 16 February 2010

Gio e l'acqua

Odio visceralmente le piscine, non vado mai al mare.

Un simile astio si spiega solo in parte con il motivo piu' ovvio ('non vuoi farti vedere mezzo nudo'): se ne accompagnano infatti alcuni di meno ovvi ('non voglio vedere gente mezza nuda') e alcuni piu' naturali ('ho sempre freddo in acqua, non so nuotare, devo togliere gli occhiali e non vedo nulla').

Dati i miei problemi di salute, che ho sempre avuto anche se da bimbo non mi causavano alcuna limitazione, fin da piccolo sono stato un frequentatore di piscine: in qualche modo si riteneva che il nuoto potesse ritardare, o alleviare, il male.

Adesso mi sembra assurdo che lo si sia anche solo potuto pensare.

Mia madre volle per forza di cose, con un'ostinazione un po' ottusa, che tornassi in piscina anche verso i tredici anni: forse il periodo peggiore nel mio relazionarmi non tanto al male quanto al fatto di essere deforme. Benchè vi andassi nel primo pomeriggio capitava che ci fossero anche altri a nuotare: l'essere visto, senza neppure poter vedere da chi, dato che appunto ero senza occhiali, mi gettava nello sconforto. Sentivo la mia intimità violata: quel contatto mi doleva piu' di quanto oggi possa farmi male il tocco di un dito. Con gli anni avrei imparato a definire meglio quel malessere: suscitare pietà negli altri mi alienava dal contesto in cui ognuno è semplice. La pietà è un filtro attraverso il quale tutto quello che siamo, o esprimiamo, è distorto. A questo aggiungiamo una cosa per nulla secondaria: io amavo le fanciulle, e iniziava in quegli anni la prospera vita della mia frustrazione quotidiana. In altre circostanze sarei diventato un playboy, ne sono sicuro.

In matematica si parla di 'commutativita' per esprimere un'operazione tale per cui l'inversione dei fattori non cambia il risultato.

4 per 3 è lo stesso di 3 per 4.

La moltiplicazione è commutativa.

Rarissimamente la commutatività si estende ai rapporti umani.

Conoscere una persona prima come deforme e malata e poi come anima 'smarrita e soave' non vale quasi mai conoscerla prima come anima e poi come corpo, ma non si esauriscono qui i problemi. Anche quando ci si conosce 'intimamente' scoprire il male nella sua forma piu' cruda puo' essere destabilizzante per un rapporto umano.

Diversi sanno della mia malattia: per forza di cose devono saperne. Se escludo i medici, che a comando mi spogliano e mi rivestono come fossi un pupazzo, e alcuni famigliari stretti, solo una persona, negli ultimi 15 anni, si è potuta fare un'idea, anche se parziale, del mio male. Ma è stato fin troppo facile avere una fiducia totale nella sua capacità di capire, forse meglio di me perfino, i confini di quella parte di me nell'interezza del mio essere e nella mia esistenza.

Ho iniziato questo messaggio con l'intento di raccontarvi un episodio buffo della mia esistenza e sono ben intenzionato a farvi ridere!

Devo confessarvi che per me fin dalla piu' tenera infanzia le donne - in questo caso una donnona - hanno fatto pazzie per me.

Il piccolo Gio è un bambinetto di 3 o 4 anni.
Assieme alla sua candida sorellina, di due anni piu' VECCHIA ;-) frequenta una piscina - una piscina enorme e profondissima. Non sa nuotare, ma non è certo un problema: i salvagenti li hanno inventati per un motivo, e per far bene alla salute basta già sbattere braccia e gambette in acqua, no?

L'episodio che vi racconto mi è stato narrato diverse volte da mia madre, che era sugli spalti a godersi la scena.

Nuova insegnante, non sa ancora di avere a che fare con un caso umano - me stesso medesimo.
Prima si fa un po' di ginnastica in palestra, poi si va in acqua.
I bambinetti, coi loro bravi salvagenti attorno alla vita, si buttano in vasca.

Primo bambino: tutto ok.
Secondo bambino: perfetto.
Terzo bambino - Gio.
Umh, piuttosto magro.

Immaginatevi la scena.

Gio si lancia modello Rambo.
Contatto con l'acqua.
Il salvagente svolge la sua mansione di galleggiante.
Gio non svolge la sua mansione di utente di salvagente e, data la sua magrezza, scivola nella ciambella e si inabissa come un novello Titanic.
Momenti di panico sugli spalti.
Il donnone allora, in tuta, si getta in acqua per salvare il nostro eroe, che riemerge dai flutti piu' bello che pria.

Atlantide la cerchero' in un'altra vita.

2 comments:

  1. hahahahahaha dio mio! Bellissimooo! Ma che ridere! Anche a me è successa una cosa del genere,perché ero magrissima, sono scivolata dal gommone (non so se si chiama esattamente così in italiano) e per giunta, buttandomi in acqua con la testa in giù, sono rimasta intrappolata con le gambe fuori dell'acqua!
    Grazie per la risata e se non fosse per la tristezza che mi hai provocato all'inizio del post, sarei andata a letto serenissima.
    Un abbraccio e buona notte :)

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  2. Beh dai, non c'è bisogno di essere tristi.
    Non avevo poi così tanto freddo ;-)

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