Saturday, 23 January 2010

Gut gemacht!

Sono attratto dal pericolo.

Ero un adoscentucolo gracile e malaticcio, e in sella al mio motorino, un autentico rottame, mi capitò di vivere per la prima volta una sensazione che, altre volte, in futuro, avrei provata: l'assoluta certezza che il margine residuo per cavarmela era interamente nelle mie mani, e che solo se fossi stato attento, concentrato, nonostante la paura e il pericolo oggettivamente presente, sarei uscito incolume da quella situazione.
Emergenza in piena solitudine: esperienza estrema cui avrei dovuto, per forza di cose, rispondere con tenacia ma anche con misura.

Se vi ripenso ora, resto stupito: nonostante le mie condizioni, ero libero di circolare in motorino - e una volta in sella, le mie gite non si limitavano certo ai quartieri della città. Se paragono i viaggi di allora con quelli che affronto oggi, in moto, non v'è dubbio: le più grandi follie le ho fatte allora, avventurandomi, senza equipaggiamento, senza telefonini, senza conoscenza dei luoghi, lungo strade tortuose di montagna, attraverso buie gallerie, per sentieri impervi.

Era estate, salivo verso i quartieri che se ne stanno rannicchiati proprio sotto la montagna.

Pioveva già da un po' di tempo quando sorpassai l'ultimo curvone prima dell'inizio della strada a percorrenza veloce che porta fuori città. Mentre avanzavo guardando tutibante il cielo, ed ero ancora in tempo per fermarmi, accostare, salire su un marciapiedi e aspettare sotto un portico che tornasse il sereno, pensavo che se avessi preso quella strada, anche volendo, non mi sarei potuto fermare.

Avrei dovuto continuare fino alla fine.

Salii un paio di tornanti con relativo agio, ma proprio quando arrivai al lungo rettilineo, la pioggia si fece violenta. A fatica mi pulivo con una mano gli occhiali, mentre, acceso il piccolo faretto, cercavo di stare il più possibile a destra, per evitare che le auto, che mi superavano in continuazione, magari non vedendomi, mi investissero.

Sorpassai un altro tornante e la pioggia si fece torrenziale - pensai, battendo i denti, 'ok, adesso ho paura'.

Ero fradicio, e gli indumenti bagnati mi rendevano difficili i movimenti, mentre gli zampilli d'acqua, sulle gambe, mi facevano quasi male.

A fatica arrivaia a un chiosco-bar poco sulla strada - mi fermai.

Entrai zuppo e gocciolante - non avevo un soldo con me - e al gestore, che mi offrì un po' d'acqua, replicai che ne avevo già presa fin troppa.

Non c'era telefono - pensai che a casa m'avrebbero ucciso al mio ritorno.

Il cielo continuò a litigare con la terra per una ventina di minuti, ma poi tornò il sole splendido delle nostre estati.

Proprio vicino al chiosco, c'era una strada sterrata e piuttosto accidentata che, traversando il bosco, portava in città - potevo perdermi lo spettacolo della foresta dopo l'uragano?
Ovviamente no, e infatti tornai a casa seguendo quella lingua di terra smossa dall'acqua, passando in mezzo a pozzanghere d'un grigio torbido, fermandomi un secondo a contemplare le ultime nuvole svanire dietro la montagna, cercando, se ne fossi stato capace, qualcosa che valesse la pena ricordare.

Oggi dico che davvero lo trovai: era proprio nell'emozioni che stavo ancora provando, quel misto di paura, contentezza, coraggio, apprensione di cui sto scrivendo ora.

A casa nessuno disse nulla: li non era piovuto molto, e io non raccontai certo i particolari che ho raccontato qui.

Quella stessa mulattiera, con la mia prima moto, da fuoristrada, l'avrei fatta negli anni ancora molte volte, e non solo in discesa, con calma, ma in ogni direzione, sobbalzando a ogni buca, perdendo aderenza ogni tanto, accellerando forse un po' troppo, e sempre con il cuore in gola.

Ogni volta che arrivavo alla biforcazione - da una parte la strada tranquilla, dall'altra quella per i boschi, di cui avevo paura, perchè era onestamente difficile e io avevo difficoltà con quella moto così pesante, spesso mi imponevo di fare la mulattiera per provare quella paura e dimostrare a me stesso che ero ancora in grado di farcela.

Io sono così.

Una volta sola ho avuto un incidente in un bosco.

Avevo fatto chiedere da un amico a un suo conoscente che sapevo esperto dei boschi della zona, un bel sentiero da fare in moto.
Evidentemente quacosa non funzionò a dovere in questa linea di comunicazione.

Mi era stato consigliato di prendere la strada che portava alla galleria in costruzione, traversarla (era permesso? boh!) e poi seguire un certo sentiero.

Perfetto: la prima parte andò a meraviglia.
Trovai la galleria, la superai e mi addentrai nel bosco, scendendo per un sentierino.
Molto stretto, tanto che era impossibile anche solo girare la moto per cambiare direzione.
Pensai tra me e me che il tratto così stretto non poteva che interessare pochi metri, e che presto sarei tornato, magari fuori dal bosco, su una carreggiata più larga.
Povero illuso: il fraindentimento della linea di comunicazione era stato terrificante: quello era un sentiero da mountain bike, al limite per moto da trial, non certo per un enduro pesante come la mia.

A un punto il sentiero era interrotto - c'era un breve tratto, molto ripido, di roccia, e quindi, dopo pochi metri, ancora il sentiero sterrato

Mi immagino i ciclisti che pacificamente scendono di sella e accompagnano a mano la bici. Vedo invece un povero Gio che cerca, riesce fino a un certo punto ma poi deve lasciar scivolare la moto, sul suo piede.

Non avevo idea di dove fossi.
Nel folto di un bosco sconosciuto, senza telefono (non erano comuni), senza niente, e con un piede già dolorante.
Raccomandai la mia anima a qualche divinità dei boschi, confidai nel fatto che il lupo, l'orso e la lince sono estinti da anni ... quando vidi spuntare dal nulla un vecchietto con una borsa piena di erbe.

Giuro che non ho idea di come sia stato possibile incontrare qualcuno in quel bosco sperduto nel nulla. Si avvicinò - per un attimo pensai fosse un serial killer visto l'ambiente - ma era invece il mio salvatore. Mi aiutò a rimettere in piedi la moto, mi diede indicazioni per uscire da quell'intrico e mi salutò.

Beh, te lo ripeto anche qui: grazie.

Ah, dimeticavo.

Gio: Gut gemacht! (Ben fatto!).

10 comments:

  1. Bella avventura, da primo premio!
    Le moto,oggi, mi fanno paura e tu sai il perchè ma mentre leggevo la tua descrizione mi è venuta voglia di camminarci su quei sentieri impervi come piace tanto fare a me.
    Buona notte.

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  2. le cose vanno fatte esattamente cosi: senza sapere come va a finire.
    a noi capita sempre un angelo custode che ci tira fuori dai guai.
    pare che si tratti di una piccolissima ricompensa per quel che si subisce una volta scesi dalla moto.

    :) love mod

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  3. Tu vivrai centanni e sai perché? L'ostinazione , la determinazione e anche il coraggio sono i pilastri del tuo essere. Come te sono affascinata da cio' che mi fa paura.
    Scatta in me come è successo a te, qualcosa di troppo difficile da spiegare.

    Io ho ancora il Laverda 125 di mio fratello...prima o poi dovrò donarlo. Se penso a qualcuno, quel qualcuno ora sei tu.

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  4. Cara Marisa, ci sono poi tornato, a piedi, in quei luoghi, ma non sono stato più capace di trovare quel sentiero esatto.

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  5. Cara Mod, non posso dirti quello che provo quando leggo i tuoi commenti perchè già mi immagino un '...marò...' di ritorno ;-)
    Mi limito a un 'Genau' formale.
    A presto!

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  6. Cara Nicole, non mi sono ancora annoiato.
    Anzi, ho un tanto tempo arretrato speso, in qualche modo, male, che sento di dover far un po' di equilibrio sulla bilancia.

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  7. Gio, hai colto quello che ti ha scritto Nicole ai margini del suo commento????
    Ma è meraviglioso e tocca il cuore.

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  8. Infatti non ho parole mia cara :-)

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  9. Ho letto tutto con il cuore in gola, e mi sono sentita piccina per come, ancora oggi, io non abbia il coraggio di affrontare le mie paure!

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  10. Cara Eva, forse sono semplicemente fuori di testa ;-)
    Un abbraccio

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