Monday, 25 January 2010

Frammenti diversi

Ieri notte è venuta a trovarmi ancora una volta l'insonnia.

Non mi sorprende la sua presenza al mio fianco, perfino da bimbo faticavo a prendere sonno, ma ultimamente è davvero insistente. Neanche per me è normale andare a letto verso mezzanotte e mezzo ed essere ancora sveglio alle 3:17 (ultimo controllo).

Mentre cercavo di trovare la posizione giusta, mentre cercavo con lembi di coperta arrotolati qua e la di ingannare il mal di schiena (che non è intenso, è piu' un fastidio, ma mi resta attaccato come una sangiusuga) al solito meditavo un po'.

Sto benissimo - ho avuto il mio passato travagliato, e se penso a quel bambino di 9 anni, provo un grande dolore, per lui, se immagino quello che l'aspetta, ma non mi ci riconosco. Ho amputato ogni legame traumatico con il mio dolore passato - ne conservo solo una memoria precisa ma asettica e l'insegnamento, e solo raramente, nel sogno, mi tornano alla mente con paura certi ricordi. Il male residuo e cronico non mi da nessuna noia particolare.
Mi ci sono rassegnato: con la stessa naturalezza con la quale si accetta il gelo d'inverno, cosi' io gestisco il mio apparentemente tribolato oggi.

Ho preso un taccuino e una penna - che tengo sul comodino, e ho iniziato a scrivere qualcosa.

Ci sono attimi che durano tutta una vita, perchè siamo capaci di tornarvi in ogni istante. Ad esempio, una telefonata, un po' buffa, a tratti emozionante - sempre sincera, copre la mia intera esistenza passata e futura.

Io difficilmente riesco a definire normale un mio rapporto con una persona - quasi mai semplice.

Penso ai miei amici piu' cari: non so quanto coscientemente, li ho ingannati tutti.

Per alcuni sono stato il confidente saggio cui chiedere consiglio nei momenti difficili e cui offrire aiuto concreto quando ne avevo bisogno. Altri sono stati interlocutori eccellenti per disquisire di un po' di tutto: musica, filosofia, perfino umanità. Mi diverto ancora oggi come un bimbo a scherzare, a essere una parodia di essere umano, salvo virare ogni tanto su qualcosa di vero per rassicurarmi che ho a che fare con gente per nulla superficiale, con persone trementamente in gamba conosciute quasi per caso. Il mio amico piu' caro è infine forse quello che non si è mai voluto avvicinare troppo, e che pure mi ha dato l'impressione di aver intuito qualcosa, nonostante la grande muraglia cinese di cui mi circondo.

E' la semplicità, nella sua straordinarietà, che dà la misura dell'inganno, della distanza incolmabile: quel fossato infinito, quel crepaccio nero, non puo' essere traversato.

Non servono coraggio, o ardore: o sei di qui, o sei di li. Possiamo al limite comunicare, possiamo trasmettere una parte piu' o meno di noi artefatta 'dall'altra parte', ma la separazione è essenziale.

Quando eravamo piccoli, io e mia sorella, scrivevamo dei diari.

Io lo scrissi per anni - vi ritrovo al 98% delle idiozie a raffica, mia sorella smise dopo poco tempo.

Ero un ragazzino quando l'occhio mi scivolo' su alcune delle sue pagine.
Pochissime parole, di una ragazzina che con me aveva condiviso tutto, mi diedero l'immagine di un affetto infinito e di quella distanza ormai incolmabile. Il male ci aveva separati, mi aveva scaraventato lontano. Mentre leggevo, mi tornava alla mente un episodio di qualche anno prima. Ero stato in vacanza in una colonia estiva con altri due ragazzi e decine di bambine. Era intesa essere per bimbe soltanto, ma in qualche modo per noi avevano chiuso un occhio le suore. Mi volevano tutti un gran bene: ho un bellissimo ricordo di Suor Vittoria, e dell'acqua Tonica che mi regalava, o delle altre suorine della mensa, che mi allungavano sempre qualcosa di buono a colazione. Con mia sorella avevamo fatto amicizia con un paio di ragazzine - un po' maschiacce, giocavamo da matti.

Passo' un anno, forse due.
Nel frattempo mi ero ammalato e del Gio scatenato che correva sugli scogli era svanito quasi tutto.
Mia sorella giocava a quei tempi a pallavolo.
L'accompagnai un giorno a una partita.
Seduto in un angolo, irrigidito in una postura innaturale, turbato dall'eco rimbombante della palestra, confuso dalla miopia, vidi avvicinarsi a me una ragazzina. Era una delle nostre amiche della colonia. Ricordo il suo volto incredulo mentre mi guardava, e cercava di ritrovare in quell'essere gracilino il Gio che aveva conosciuto, e che non era piu' li.

Mentre rimettevo il diario al suo posto, confrontavo tra me e me quelle due immagini: una ragazza quasi sconosciuta come mia sorella, ormai erano incapaci di vedermi semplicemente, per quello che ero.

La mia misantropia, l'ho già detto, non ha scacciato nè la curiosità nè l'amore per gli altri. Rabbrividisco a un invito aperto 'a quanta gente piu' possibile, piu' siamo piu' ci divertiamo', ma trovo delizioso ogni attimo della felicità altrui - cerco, se posso, di contribuirvi.

Uno degli attributi di non so quale divinità orientale è la Mudita, ovvero la capacità di essere felici della felicità altrui, non credo di esserne completamente sprovvisto. Vi aggiungo poi l'onestà, di questo momento di lucidità, mista ad un po' in apprensione.

3 comments:

  1. devi chiederti il perchè della tua insonnia...

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  2. le parole non si contengono che con il cuore.
    l'apprensione non si contiene che con le parole.

    ...sembra facile....

    :) love, mod

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  3. Mia cara Marisa, è il grande dubbio: è nata prima la gallina o l'uovo?
    Arrivano prima le mie sofferenze fisiche o i miei pensieri?
    E nella mia vita, chi comanda? Il male o la mia attitudine un po' bizzarra, che pure forse è germogliata dal male? Boh!

    :-)

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