Wednesday, 30 September 2009

Il pappone-prosseneta e il viceministro: trovare la differenza

Io mi domando se costoro si rendono conto di quello che dicono. Ignorano le conseguenze a lungo termine delle loro parole, o confidano forse nella deficienza e scarsa memoria di milioni di italiani (ho appena offeso milioni di italiani? Perfetto: era il mio intento).

Leggiamo queste drammatiche dichiarazioni su Repubblica.it

Lui non è qui

Mi raccontava spesso del suo passato travagliato.
Lo si capiva chiaramente, dal suo goffo e approssimativo uso, ora del passato remoto, ora del passato semplice, che quel passato che tentava di allontanare da sè, non era per nulla lontano, ma tristemente a lui sempre appresso.
Capitava di incontrarci nel parco … la discussione iniziava sempre in modo triviale: si parlava di cani, del tempo imprevedibile … ma il suo intento, era evidente, era un altro.

Piu’ d’uno della sua fragilità si faceva gioco, umiliandolo, anticipando le sue conclusioni e divertendosi, a smontarne ogni illusione.
La sua condizione non gli aveva lasciato nessun’altra possibilità di salvezza che non fosse un misto di mutevolissima stima dell’intelligenza altrui e paziente compassione: non era mai rabbioso nei confronti di quanti lo sminuivano, semplicemente, proprio lui, li compativa, pensando tra sè e sè che loro, poveretti, non potevano capirlo.

Questo faceva di lui un uomo raramente sgradevole, per quanto di tanto in tanto un po’ invadente.
In cuor mio sperai, durante i primi anni, in un cambiamento: ma mi resi conto col tempo, che questa sua follia era in verità straordinariamente intelligente: la sua vita, di questo concordavano anche altri che come me lo conoscevano bene, era sicuramente piu’ ricca di soddisfazioni, per quando gravata dal peso del passato, di quella di quanti lo disprezzavano.
E, fortunato lui, viveva in una città abbastanza grande da ospitare persone sufficientemente educate da volergli bene e perdonargli ogni esuberanza ma abbastanza piccola da non amplificare le distanze tra le persone.
Nella mia piccola città natale, conosco i miei vicini e le case hanno il nome di persone che per strada riconosco. A Milano, e ora qui, non so il nome di chi vive a cinque metri da me, e le case non hanno nomi, ma solo numeri.

Tuesday, 29 September 2009

Ipazia d'Alessandria

Ipazia, donna bellissima ma ancora più colta, affascinante ma non quanto carismatica, tu avevi davvero tutte le qualità per essere amata o odiata.

Ma se l'amore è timido e riverenziale, l'odio è sfacciato e truce.

I primi della città non avrebbero osato avvicinarti senza timore di tediarti, a nessuno di loro sarebbe mai balenato in mente di limitare la tua libertà.

Chi è molto migliore di noi, può umiliare la nostra auto stima, e sta poi a noi decidere come indirizzare tale umiliazione, se trasformarla in amore o odio.

La tua grandezza, di cui i primi riuscivano a godere i frutti, era legata in modo indissolubile alla tua libertà intellettuale e sociale.

Tanti auguri Silvio!

Felicità in tutto il sultanato: ricorre oggi la venuta al mondo del grande Silvio, il caro leader delle sessanta milioni di anime che popolano Bananas, l'ambito leader di ogni buon cittadino straniero che abbia la sola colpa di essere nato in un paese non ancora raggiunto dal TG4.

Come si conviene in queste occasioni, è bene festeggiare con doni - il termine piu' appropriato, trattandosi di un sovrano, è 'regali'. Il formidabile 'scudo fiscale' progettato, su richiesta, da Himmler-Tremonti, un bel regalo ma che sa di già visto, dimostra la grande generosità di Silvio, che non dimentica mai gli amici: e siccome Silvio non vuole mettere in imbarazzo nessuno, viva l'anonimato.

Noi da bambini per avere i regali a Natale si scriveva la letterina a Gesu Bambino, lui per avere regali al proprio compleanno fa scrivere una leggina al suo ministro.

Monday, 28 September 2009

Una piccola storia Zen

Brutta cosa la presunzione - specialmente quando è nostra e quindi non ce ne avvediamo.

Abbiamo una sola vita, breve, 'full of sound and fury', e inutile: sarebbe un peccato sprecare un tesoro simile per un capriccio cosi' ridicolo, no?

La presunzione nasce dal fatto, secondo me, che noi abbiamo due soli occhi, e tanto vicini a noi da impedirci di vedere noi stessi e quanto siamo ridicoli.

Non so come mai sto scrivendo questo, spero di non essere in un momento di presunzione, sta di fatto che durante l'insonnia di ieri, mi è tornata in mente una storiella Zen.


Sunday, 27 September 2009

L'amico ritrovato

L'ho già detto: i miei amici sono spesso 'ai margini' della decenza comunemente intesa. Al liceo ho avuto alcuni buoni compagni, ragazzi simpatici e che rivedo sempre volentieri nelle rarissime occasioni che capitano.

C'è chi oggi lavora in banca, chi in assicurazioni, chi in reparti R&D di ditte al top, come quel mio amico, uno dei ragazzi più intelligenti che abbia mai conosciuto, cui non perdonerò mai di aver fatto ingegneria e non fisica o matematica.

Saturday, 26 September 2009

Mi dai un consiglio?

Ho letto con curiosità questo messaggio di Klara.
Il titolo mi ha immediatamente incuriosito, e ha richiamato alla mia memoria alcuni episodi passati.

La forma della mano è uno dei sintomi più facili da riconoscere, non sempre presente, della mia malattia.

Malattia bizzarra: se non diagnosticata è potenzialmente mortale - una dissecazione aortica difficilmente lascia scampo.

Friday, 25 September 2009

Un sogno: il Torneo

Finalmente un sogno comico.

Partecipo a una competizione mondiale di arti marziali un po' particolari: non si vince mandando KO l'avversario a suon di sganassoni, cazzotti, calci volanti e testate nelle parti intime, ma facendolo scoppiare a ridere.
Ovviamente sono in finale: di fronte a me l'attuale campione in carica, un professore della London School of Economics.
E' un avversario tosto: a partire dall'aspetto ridicolo, specie se associato alla sua posizione sociale.
Mi sferra il suo primo attacco mostrandomi il suo CV, dove a fianco di corsi di specializzazione nei piu' prestigiosi istituti di ricerca del pianeta, vedo sottolineato in verde il titolo di 'Miglior Toelettatore di Pechinesi 2005, 2006 e 2008', aggiuggendo che nel 2007 non ha partecipato perchè era in anno sabbatico.

Non aprire questo regalo

Non aprire questo regalo oggi.

Tienilo in un cassetto della tua casa, tra l'agenda e le matite, i pastelli, le gomme e tutta quella folle mercanzia che ami tanto carezzare con gli occhi nelle vetrine.

Per me una matita è un "cannellino di legno in cui è racchiusa una sottile verghetta di grafite o di altra materia colorante", cioè un lapis - nè piu' nè meno.
Per te è ancora un gioco, come doveva esserlo quando, ti immagino, da bambina coloravi emozioni in diari segreti.

Thursday, 24 September 2009

Ancora sogni

Non sono un appassionato di vampirismo o licantropia qualsiasi. A dirla tutta, questa dilagante moda, innescata da alcuni libri poi tradotti in film di cui ora mi sfuggono i titoli mi è del tutto indifferente. A essere onesti non sono proprio un appassionato di questi argomenti.
Tutto quello che ho letto di licantropia si trova in un breve romanzo di Michele Mari.
Scritto in un italiano meravigliosamente arcaico, questo piccolo gioiello descrive la vita di un alter-ego di Giacomo Leopardi che nella propria biblioteca scopre un segreto di famiglia che cambierà la sua vita.
Il libro si intitola 'Io venia pien d'angoscia a rimirarti'. Per chi ama l'italiano è una miniera da esplorare senza timori di crolli. Vi presterei volentieri la mia copia, ma è regalo di un amico e non vorrei andasse persa come le mie 'Memorie di Adriano' che inizio a dubitare rivedro' in questa vita ...

Wednesday, 23 September 2009

L'ospedale dell'anima

Plotina, moglie di Traiano, imperatrice di Roma e del mondo, volle scritte, sulla soglia della biblioteca del foro Traiano, queste parole: 'Ospedale dell'anima'.

Ma se nei libri l'anima si puo' ristorare, se con il solo pensiero che scaturisce da una lettura, o da una conversazione, la mente puo' crescere e viaggiare nello spazio e nel tempo liberata dal giogo e dai limiti dei nostri corpi, allo stesso modo la semplice parola, puo' ferire il nostro spirito.

A quale prezzo riusciremo a conquistare l'invulnerabilità?

Isolarsi dal confronto non è vittoria, è ritirata su tutta le linea.
Divina indifferenza è spostare il terreno di battaglia altrove, e incessantemente.

Non ho risposta dunque: nel frattempo scendo nell'arena ogni giorno, combatto e osservo.

Il genio militare è spesso figlio di un approccio inatteso alla pugna.
Conosci l'arte della guerra di Sun Tzu?

Uno sciocco sospetto.

Al nostro ...
No, aspetta.
Al vostro ...
No, posso far di meglio ...
Al loro presidente del consiglio piacciono le belle figliole. E non prese singolarmente, ma a interi plotoni - avanti signorine, c'è posto.
Quello che già si mormorava ai bei tempi del 'Drive In' (mi pare di ricordare un articolo di Bocca a proposito, ma una rapida ricerca su google ha dato esito negativo), con un Berlusconi-prosseneta per gli amici politici, oggi puo' dirsi senza troppi timori: è un libertino, un porco, un libidinoso. Inoltre si sospetta che abbia un conto presso le locali farmacie che neppure il Micheal Jackson dei bei tempi si sognava.
E che sarà mai!
Non sono io stesso il primo a inebriarmi cantando 'Vivan le femmine, viva il buon vino, sostegno e gloria d'umanità'?
Lo confermo: sono proprio io, Gio l'astemio, il noto playboy della Valtellina.
E benvengano gli omosessuali, i transessuali, il gay pride.
Si sdoganino costumi piu' liberi per quanto concerne la sessualità in generale, apriamo domani mattina una bella casa di tolleranza davanti Piazza san Pietro, e vedi quanti ne arrivano per il prossimo Angelus Ratzi!

Tuesday, 22 September 2009

Mal di testa

Mal di testa,
umidità che penetra nella materia molle del mio cervello,
l'ingrossa e lo preme sulla fronte e sulle tempie.
Spiffero d'aria che s'insinua in un orecchio, traccia mille righe sulla corteccia e
se ne esce dall'altro.
Grumo pulsante tra naso e occhi, sabbia nelle palpebre, insonnia.

Io oggi dovevo lavorare.

Un sogno

Temo di essere pazzo - il sogno di ieri notte non credo stia ad indicare nulla di diverso.

Metà della mia mente è dedita al culto di me stesso, l'altra metà è ormai convinta da tempo che io sia un rifiuto in attesa di smaltimento. La coabitazione di queste due entità nello stesso cranio non è facile - ma devo ammettere che è anche abbastanza divertente.

Eccoci dunque al sogno. Io e mia sorella siamo su un mezzo pubblico in una grande città italiana. L'autista, invece che annunciare le diverse fermate, ammonisce i passeggeri di stare attenti al portafogli perchè ci sono numerosi delinquenti in giro.

Io sono lo stesso Gio che vedo nello specchio ogni mattina, mentre mia sorella è minuta e, in un abitino scuro, nasconde timidamente il viso al guardo degli altri. Si scorge solo la sua bionda bellezza giovanile.

Mentre parliamo del più e del meno, d'un tratto la sua voce si fa tremante: la guardo, e vedo che il tizio seduto dietro di lei la sta minacciando con un coltello alla gola 'Non muoverti o sei spacciata'. Le dico di dare subito tutto quello che ha al rapinatore. Lei non esita, e con la lentezza del caso tira fuori il suo portafogli dal soprabito e lo consegna al tizio.

Questi, non soddisfatto, passa a minacciare me. Mi mette la lama vicino all'occhio sinistro e mi dice: 'Se non vuoi farti cavare un occhio tira fuori i soldi'. Io rispondo che in verità sono affezionato al mio occhio, e faccio per tirar fuori i soldi. Ahimé, lo avverto: penso di avere solo franchi, mentre noi siamo in Italia. Con mia grande sorpresa invece trovo nel portafogli anche due pezzi da 100 euro, e una vecchia banconota da duemila lire, quella con Galileo.
Il farabutto mi insulta, dicendo 'altro che solo franchi, dammi tutto, anche quelle lire'. Io ribatto che tra le invenzioni di Galileo ricordiamo il binocolo, che mi sarebbe impossibile utilizzare senza un occhio, e gli do tutto, aggiuggendo che oggi abbiamo fatto veramente un affare - lui borbotta qualcosa in un dialetto sconosciuto e sputacchia.

Eccoci alla fermata.

Lui fa per scendere - ci guarda ancora con aria di disprezzo: non sono riuscito a difendere mia sorella, gli ho obbedito come un cagnolino.

Un istante prima che le porte dell'autobus si aprano, sul suo volto balena in un istante una sensazione di paura: il mio volto, che con sommo disprezzo e sberleffo degnava del più beffardo sguardo, si sta scarnificando pian piano, mentre i capelli di mia sorella, da biondi si fanno argentati, e i suoi occhi da azzurri gialli come quelli di una fiera.

La porta si apre e lui fa per scendere ... ma anche noi ci alziamo.

Ormai io sono un cadavere, mia sorella si leva il soprabito ed è bellissima e terribile allo stesso tempo. Il suo volto da timido e impaurito si è fatto feroce e affamato e le sue labbra disegnano un sorriso diabolico.

Scappa correndo all'impazzata tra la gente: ma ogni volta che fa per voltarsi, ci vede sempre li: cadavere e demone alle sue calcagna.

Solo lui ci vede, gli altri non si rendono conto di nulla.

La corsa non ci stanca per nulla, mentre lui a un certo punto, sfinito, stramazza a terra esausto e pieno d'angoscia. 'Bene, adesso lascia che mi presenti: io sono il Terrore, e mia sorella è la Morte. Come dicevo prima, oggi abbiamo davvero fatto un ottimo affare'.

A quel punto vince il nostro spirito misericordioso: lui implora pietà e noi lo risparmiamo.

Morale della favola: la natura vera delle cose ama celarsi.

PS: so bene che questo messaggio potrebbe farvi credere che sia un pirla. Ma io sono qui per scrivere di me, non per ingannare il prossimo

Il mio primo disco

Ho sempre vissuto in modo bizzarro i 'regali' e le manifestazioni di stima. Non mi sento all'altezza nè di doni nè di considerazione.

So bene che una simile affermazione potrebbe suscitare in un lettore considerazioni di vario genere: c'è chi potrebbe vedervi della finta modestia, e il desiderio di sentirsi rimbrottare 'ma no Gio, sei bello e buono', chi un'insicurezza adolescenziale un po' ridicola a 30 anni, e chi in definitiva l'ennesima epifania del volto presentabile della malattia. C'è chi potrebbe dire 'Gio ci hai rotto le palle'.

Non nego che un pizzico di verità ci sia in ognuna di quelle ipotesi: per un insicuro, ripetute conferme aiutano. Sicuramente la mia coscienza di essere una mezza calzetta (questo è un dato oggettivo di drammatica attualità) mi rendono gravoso e difficile essere in grado di usufruire appieno di un dono o stima.

Se proprio vuoi fare un regalo, fallo a chi lo puo' vivere intensamente.

Personalmente amo riempire di regali i miei amici, specialmente amo fare regali un po' ridicoli.

I miei genitori mi regalarono un piccolo impanto stereo poco dopo l'inizio dell'università.
A quel punto, raggiunta l'indipendenza musicale, si trattava dunque di avere dei dischi propri - non che fino a quel giorno avessi vissuto una vita senza musica, tutt'altro, ma finalmente avrei potuto scegliere non dal pur vasto catalogo di mio padre o mia sorella ma dall'inesplorato mondo esterno.

Gia' da tempo amavo i Queen, ma in modo grossolano 'alla Greatest Hits I & II' con qualche variazione sul tema courtesy of 'Wembley 86'. Lessi qualcosa in biblioteca: a quanto pare il quarto album, 'A night at the Opera', era stato il piu' significativo contributo dei Queen al rock negli anni '70. Detto fatto, mi decisi a provare - il sound particolarissimo di quel disco, cosi' diverso da quello piu' pop e commerciale dei pezzi piu' noti, mi conquisto' immediatamente. L'aggressività di Death on Two Legs e la commedia di Lazing on a Sunday Afternoon trovavano infine in Bohemian Raspody una perfetta sintesi, mentre '39' e 'Love of my Life' in un misto di sentimento e malinconia si distinguono per la cantabilità.

E qual è stato il tuo 'primo disco'?

Saturday, 19 September 2009

Viaggiare e conoscere

Il mio demone è la conoscenza. Sono dalla parte di Ulisse, e del suo spirito indomito che sfida il limite delle colonne d'Ercole, gettato fra le fiamme dell'inferno dai bigotti, la cui mente è piatta quanto il mondo in cui credono di vivere.

Ulisse, protetto dalla Dea che mai si concesse a uomo o Dio è forse per la tua vicinanza ad Athena che seguo le tue orme?

Da piccoli, io e mia sorella, giocavamo spesso con delle nostre vicine di casa. Tra tutte, mi inquietava un poco Luisa (nome di fantasia of course) per certi suoi atteggiamenti di misura e prudenza che in una bambina somigliano piu' a una lieta museruola che non a saggezza.
Finito il liceo, per ragazzi che siano nati in quella città un po' ottusa e limitata, l'università, la grande metropoli, Milano, rappresentano un po' la prima vera occasione di evasione, indipendenza e responsabilità.

Mia sorella, piu' grande di me di due anni, dopo gli studi classici scelse dunque l'università - io l'avrei raggiunta presto, giusto il tempo di finire il liceo. Anche Luisa, a quanto pare, s'era intenzionata a provare il grande salto.
Non so se si sia mai iscritta, di sicuro la sua permanenza in università fu tra le piu' brevi dai tempi di Federico II: un giorno.

Non so che credere: quello che ci disse era la verità? Un po' mi auguro che non lo sia stato, altrimenti ci sarebbe veramente da rabbrividire. Ecco i fatti: scesa alla Stazione Centrale, preso il Metro', rimase talmente scioccata dai mendicanti e 'i malati di aids' che scappo' e se ne torno' al sicuro fra le mura di casetta sua.

Questo non solo non è partire per Troia, è proprio non lasciare neppure il talamo di Penelope per andare nel patio.

Che dire ... con gli anni ha trovato marito, ovviamente del quartiere.
Uno di quei giovani che solo a 30 anni arrivano al titolo di ingegnere, e in cuor tuo credi che ci siano arrivati a spinta, giusto per aggiungere un 'Ing.' al 'Rag.', sulla targa della fabbrichetta di famiglia.

L'anno scorso sarei dovuto andare a San Francisco per una conferenza, sarebbe stata la mia prima volta fuori dall'Europa. Ma ho fatto due conti: il viaggio sarebbe stato troppo lungo e pesante per il mio fisico, so, my talk was given by my collegue James (fictitious name again).

Ho una passione smodata per l'opera di Mozart: vuoi scambiare le figurine con me? Mi manca Susanna, ma ho il picciol Cherubino.

Wednesday, 16 September 2009

Compagna d'un breve istante

Una novità, aliena alla mia malattia, un problema renale assai strano, che sulle prime venne preso decisamente sottogamba, mi costrinse a una piccola operazioncina durante le vacanze invernali del '92. Tornai in quello stesso reparto di pediatria dove, pochi anni prima, avevo passato lunghi mesi di ricovero.
Visto che il caso non era grave, e ci aspettavamo un ricovero di pochi giorni, mi assegnarono una camera non singola.
Mi trattarono benissimo: la gentilezza di quei medici, che per tanto tempo avevano cercato di guarirmi, era squisita. Visti i miei problemi di schiena, si adoperarono per farmi avere un materasso adeguato, e un mio improvviso capogiro durante un controllo, fu vissuto con vera ansia.
Ero in stanza con una ragazza: a quei tempi ero molto timido, in parte per come ero fuori, ma soprattutto per come ero, e sono, dentro. La timidezza nel frattempo si è trasformata in qualcosa di diverso, perchè sono un povero pirla negletto, sia chiaro.
Di lei mi sembra di ricordare lunghi capelli castani ondulati, e qualcosa di insospettabile in una ragazzina. Penso ci avessero ricoverati entrambi lo stesso giorno. Nella stanza, con tutti e quattro i genitori, ci stavamo salutando: auguri di in bocca al lupo.
Lei chiese che le videoregistrassero 'quel programma', lasciando intendere qualcosa senza esplicitarlo. Nello stesso istante io, guardando l'orologio, la TV spenta e di nuovo l'orologio, mormoravo che stava per iniziare Ken - un cartone animato ultra-violento, con squarta-ammazzamenti a decine in ogni puntata.
Sorpresa e risa in quella stanza d'ospedale: 'quel programma' era proprio Ken, e l'avremmo visto assieme.

La sera prima dell'intervento pochissime parole - mi disse che era li per una piccola operazione.

Il mio intervento ando' a meraviglia: festeggiai capodanno in rianimazione con infermieri che brindavano alla mia salute: furono simpatici davvero.

Non rividi piu' quella ragazzina: seppi pero' poi che il motivo per cui era ricoverata non era per sottoporsi a 'una piccola operazione', ma che un grave male, di cui lei non era a conoscenza, la minacciava. Non so nulla di lei.

Dove sei ora, fragile compagna di quel breve istante? Ti sei rialzata,o il male ti ha vinto?

Sono stato diverse volte in ospedale: nel dolore ho letto dentro le persone una natura autentica, e per questo a volte meravigliosa e a volte terribile. Messe di fronte al paura, immerse nella sofferenza le persone si spogliano di ogni orpello superfluo - letteralmente smettono di essere persone per tornare ad essere il volto dietro la maschera.
La nudità, la debolezza, la dipendenza: quella sensazione di essere in balia di chiunque - e la volontà ancora di non esserlo ci porta, nel dolore, a scoprire piani paralleli a questo tangibile, nei quali siamo solo noi gli arbitri.

Io in quel luogo alla fine mi sono confinato: e tu?

Tuesday, 15 September 2009

In cantina - prima parte

La casa dove vivono i miei genitori, e dove io stesso ho vissuto per molti anni, è parte di una piccola villa di campagna del diciassettesimo secolo. Amo quella casa un po' sgangherata: nel suo cortiletto interno, un quadrilatero irregolare, da una lato una grande vetrata in ferro battuto, due colonne a fare da sostegno, di fronte, quella che era una stalla, ancora due colonne affiorano appena dal muro che le ha affogate, e adiacenti le pareti di due appartamenti inframmezzate da alte finestre, giocavamo noi bambini attorno al ciottolato, chiacchieravano e facevano lavori domestici le donne.
Con il freddo diventa grigio e spoglio, ma in primavera si riempie di fiori e piante, ed è bellissimo.
Dietro la vetrata, tra la scala e l'ingresso per la cantina, un vecchio tavolinetto in ferro e marmo, una decorazione lignea che copre un'intera parete, e un'antico lampadario che chissa quando illuminava quella che, se i miei ricordi non si ingannano, dovrebbe essere una volta a crociera. Il pavimento è a lastre di pietra grigia al pian terreno, ma se sali al primo piano, dove forse viveva il padrone di casa, trovi delle piastrelle di forma regolare color porpora. Ancora una rampa di scale e arrivi a quello che un tempo doveva essere il solaio: il soffitto è basso, non ci sono neppure i corrimani, Con il passare dei decenni, altre case sono sorte appresso al nucleo originario, tanto che la mia camera da letto ha un domicilio diverso dalla cucina, appartenendo a una costruzione più recente che si appoggia alla vecchia villa.
Ciò che in assoluto più amo di questa casa è il suo giardino: tra quelle canne, quella grossa vasca, quel nocciolo e quella vite di sicuro ho trascorso i momenti più spensierati della mia vita. Magari vorrò parlare anche di questo: ma ora voglio raccontarti di qualcos'altro: ovvero di ciò che su tutto era più ricco di mistero: la proibita cantina sotterranea.

Sunday, 13 September 2009

Un vecchio amico

Sono nato e ho vissuto a lungo in una piccola cittadina, fredda e chiusa dai monti, bagnata da un lago profondissimo e sublime, meravigliosa ma inospitale, bigotta e ottusa.

Qui ho imparato a rimanere incantato dall'asprezza e dal contrasto più che dalla bellezza e dall'armonia, ad amare più la solitudine che non la compagnia degli altri.

Nei miei ricordi di bambino affiorano le sensazioni di paura della montagna: le frane, i morti in parete annunciati dall'elica che batte nel cielo, il freddo improvviso di un temporale di fine estate che sorprende nel bosco.

Anni fa, mentre un giorno passeggiavo con mia madre per il nostro quartiere, lei riconobbe in un vecchio signore un conoscente di suo padre. Mio nonno, uomo assai prudente, riservato e introverso, a quanto pare, decenni prima era stato in qualche modo d'aiuto per questo signore, d'origine Ceca da parte di padre.

Antonio era un uomo che aveva dipinta nei suoi abiti rattoppati e consumati la povertà autentica di chi vive di nulla, ma i suoi occhi, i suoi modi, la sua parlata evocavano una premura per il prossimo, un'educazione, una cultura che raramente trovo nei miei ricchi concittadini.

Inutile dire che diventammò immediatamente amici: specialmente con mia sorella, andavamo di tanto in tanto a trovarlo nella sua casetta vicino al fiume.
Una casa che nulla aveva di superfluo: vecchie pentole alle pareti, coperte, libri: ricordi di una vita di cui mi raccontò vicende terribili di guerra e di mondo.

Mia sorella, che è più emotiva di me, mi diceva della grande pena che provava per la sua povertà, e di quanto fosse ammirata dalla sua generosità: per una volta che gli avevamo portato dei fiori dal nostro giardino, lui aveva per forza di cose voluto donarci un vaso che teneva sul suo comodino. Pure io soffrivo per la sua condizione di sicuro disagio - e immagino quanto fosse freddo e umido d'inverno quell'appartamento, che delle finestre improbabili non isolavano certo dal gelo. Ma più di tutto ero vinto dal fascino della sua dignità - già più che ottantenne, pieno di acciacchi e dolori, era sempre così compito ed educato, premuroso davvero.

Forse racconterò un'altra volta di quello che ci siamo detti nei pochi anni in cui ci siamo conosciuti.

Negli ultimi anni la sua vita venne angustiata dall'ottusità barbara del padrone della sua stanzetta, che dopo lunga lotta riuscì infine a sbatterlo fuori di casa, non perchè non pagasse l'affitto, ma perchè la sua avidità aveva deciso così.
Ci siamo visti l'ultima volta nella primavera del 2004, o all'inizio dell'estate dello stesso anno. Era un po' preoccupato per i suoi dolori, e triste perchè il suo vecchio cane era morto da poco. Io stavo finendo l'università - la mia discussione di tesi era prevista per luglio.

A fine maggio andai in ospedale a fare un controllo di routine: il responso fu piuttosto scioccante: dovevo operarmi d'urgenza al cuore, ero a rischio concreto di dissecazione dell'aorta. Il ricovero venne in un primo momento fissato per il giorno dopo la lettura del referto, ma, ascoltando diversi pareri, si decise poi di aspettare la mia discussione, e di tirare avanti dunque fino a una settimana dopo la laurea.

Non è questo il punto (magari un'altra volta ne parlerò): come potete ben capire, non fu un luglio facile. Una settimana in ospedale, dal quale uscii piuttosto debole, e circa tre settimane in un centro di recupero.

Finalmente tornai a casa: un giorno, ero in macchina con mia mamma, e le dissi che volevo sapere dove aveva traslocato Antonio, volevo rivederlo. Mia madre mi rispose che si sarebbe informata, chiedendo a qualcuno sicuramente a conoscenza del suo nuovo indirizzo.

Pochi giorni dopo, scoprimmo che Antonio era morto, dopo un breve ricovero in ospedale.

E' morto solo.

Ho sofferto molto la sua morte, mi manca la sua saggezza, la sua conoscenza del mondo, la sua dignità nella sua povertà.

Ma più di tutto, ho sofferto per i suoi ultimi giorni, nei quali deve aver davvero patito e percepito una solitudine che solo un gioco crudele del destino, in quei giorni di paura e confusione per la mia famiglia, gli ha imposto.

Saturday, 12 September 2009

La magrezza di Gio

Doverosa premessa: questo mio messaggio è inteso essere assai ironico.

Sono piuttosto magro: l'incontro con la mia persona nella sua interezza in effetti puo' suscitare le reazioni che descrivo qui di seguito.

Io e l'amico amante della musica

Io e l'amico amante della musica ci siamo conosciuti per caso, in quanto amici entrambi dell'amico di Ludovico Van, a un concerto. Ero uscito da pochi mesi dall'ospedale, ed ero ancora in fase di recupero - perifrasi per dire che ero peggio del mio solito.

L'amico di Ludovico Van non aveva minimamente accennato all'amante della musica della mia magrezza, nè tantomeno della mia assai rumorosa protesi valvolare.

Passiamo una piacevole ora di pianoforte e archi (o forse solo pianoforte, non ricordo). Mangiamo un boccone al bar e poi via a fare quattro passi in città.

Divenni poi amico dell'amante della musica - il quale mi disse, che già entro i primi cinque secondi del nostro incontro, si era fatto un'idea assai chiara di me: un tossicodipendente ormai prossimo all'overdose fatale. Non solo: durante il concerto, mentre noi ci godevamo Ludovico Van, lui era in totale apprensione a causa del ticchettio della mia St. Jude (la mia cara valvoletta), e si aspettava d'un momento all'altro il mio salto per i verdi pascoli.

Dopo anni che ci conosciamo, lui continua a ritenermi prossimo alla dipartita da questa valle di lacrime.

Io e cuocona Doris

Sono il cocco di cuocona Doris, la donnona della mensa addetta alle kartoffel und andere gemusen. (dopo anni di permanenza in terra germanofona il mio deutsch è ancora quasi nullo).

Ogni volta che passo dalla sua postazione in mensa, la simpatica donnona mi sorride benevola, indi inizia a mettere sul piatto cucchiaiate di cibo vario. E' li per li per rendermi il piatto quando alza gli occhi, mi guarda un po' perplessa, fa un leggero cenno con il capo e quindi giu' un paio di cucchiaiate extra per il buon Gio.

Io e 'scusa non è per farmi i fatti tuoi'.

Io e 'scusa non è per farmi i fatti tuoi' ci siamo conosciuti nell'estate di pochi anni fa, in ospedale: io vi ero ricoverato per mettere a posto una sottile irrequietezza del cuor mio, lei vi lavorava come infermiera credo. Ero veramente strematissimo, in condizioni fisiche e mentali miserevoli, ma ormai il piu' era fatto: finalmente mi avevano tolto i drenaggi (un dottorino mi uso come cavia per imparare, penso di non aver mai sofferto tanto in vita mia) e con la mente già veleggiavo verso le mie amate montagne. Dovevo essere veramente gioviale quel giorno, visto che lei trovo' il coraggio di rivolgere a quell'esserino la domanda ...
'Scusa, non è per farmi i fatti tuoi, ma tu sei per caso anoressico?'
Figaro, avesse voluto farsi i fatti miei avrebbe dunque usato un lanciafiamme per estorcermi il PIN del bancomat?
La risposta comunque è no: non lo sono, anche se qualche disturbo alimentare forse l'ho.

Friday, 11 September 2009

Il tunnell del Gottardo

Ogni tanto torno in Italia in moto, dopotutto sono poche centinaiadi chilometri. Mi è capitato di fare questo viaggio qualche volta partendo di notte, trovando i primi bagliori dell'alba già in viaggio. A volte invece ho preferito prendermela comoda. Qualche settimana fa, ad esempio, mi sono alzato che era già mattino inoltrato: mi sono preparato con calma e sono dunque partito verso mezzogiorno. Come da mia pessima abitudine, non avevo mangiato nulla per colazione - ma mi ero ripromesso di buttar giu' un boccone prima del tunnell, onde evitare ipoglicemia in quel lungo intestino. Dopo un quattro ore di viaggio d'autostrada, eccomi all'imbocco del Gottardo. Faceva caldo già fuori dal tunnell, e rendendomi conto che scioccamente avevo saltato l'ultima piazzola di sosta, ero un po' in ansia - avrei dovuto fare quei lenti 17 chilometri digiuno e in severamente malsane condizioni di temperatura e smog.

Sono stato piuttosto male in effetti - ho avuto la tentazione di fermarmi nelle aree di emergenza per riprendermi un poco: ma avrebbe veramente aiutato? Non sarebbe stato invece solo peggio, e pericoloso perfino?

Non mi capita poi raramente di sentirmi fisicamente molto debole, di fronte a ostacoli apparentemente insuperabili per il sistema fisiologico-meccanico 'Gio'. Forse vado inconsapevolmente alla ricerca di queste condizioni di disagio fisico.

Il motivo potrebbe essere questo: quando sono in queste condizioni, che fortunatamente almeno negli ultimi anni sono sempre riuscito a gestire in qualche modo, d'un tratto nasce in me qualcosa che è misto di rabbia e desiderio, che mi fa concentrare e ripetere tra me e me 'Non posso svanire cosi, non posso!'. Allora stringo letteralmente i denti, urlo se posso, contraggo le mie mani, respiro profondamente e spalanco gli occhi.

Un rimedio che, se non altro, mi distrae un po' fino a farmi raggiungere l'uscita del tunnell, dove finalmente posso spalancare il gas e sentirmi bene di nuovo.

Ma se funziona per il disagio fisico, forse nella mia inconsapevole psiche, si crede che funzioni anche per il male di vivere e che allora sia cosa giusta tenere in esercizio questa meccanica.

Di sicuro, sulle 'piazzole di sosta' dell'anima, la penso come sulle 'piazzole di sosta' del tunnell, e non mi ci sono mai fermato.

I miei auguri a chiunque deve attraversare il Gottardo per tornare a casa.

Thursday, 10 September 2009

La vita di Gio - Quarte parte: L'ultimo giorno della mia vita

Mi ricordo alcuni frammenti dell'ultimo giorno della mia vita. No, non sono un veggente: semplicemente la mia prima vita è finita un giorno di circa vent'anni fa: in quel luogo entro' un bambinetto che non vi sarebbe mai piu' usciito.

Del 'Gio' di prima parlero' magari un'altra volta.

Quella mattina mi svegliarono molto presto. Io ero assolutamente tranquillo - avevo quel coraggio che solo l'ignoranza puo' dare in certe circostanze. Mi portarono con il lettino fin dentro un ascensore - non ricordo neppure se mia madre fosse li, non avevo motivo di badarci, quindi in una stanze fredda.

Li non ero solo: c'era un altro bambino, inspiegabilmente agitatissimo. Tremava e balbettava. Mentre un uomo anziano ci guardava entrambi, sul suo volto allungato dalle rughe leggevo una strana preoccupazione - forse non per sè, ma per noi due piccoli. Io ero tranquillissimo.

Questi sono gli ultimi istanti della tua vita 'Gio bambino': coraggioso, intelligente, pieno di grinta e con il pallone da calcio tra i piedi ogni domenica - 'piccolo Garrincha'.

Mi addormento per qualche ora. Sembra che sia andato tutto tecnicamente benissimo.

Mi sveglio in una stanza azzurra - rianimazione.

Mi sento paralizzato, qualcosa mi sta tirando fortissimamente la schiena, sento 'lo scotch' che mi strappa la pelle e non ho voce per gridare.

Madre, padre, con quale angoscia nel cuore avete preso quella decisione. Con quale angoscia nel cuore mi avete visto bambino, sapendo quale futuro mi attendeva.

Non era andato tecnicamente tutto bene. Nel giro di pochi giorni sarei finito in coma, e di quel 'Gio bambino' sarebbe rimasta solo l'ombra.

Prima di iniziare le scuole elementari, intrattenevo gli adulti risolvendo calcoli matematici e amenità simili. Sarebbero state tabelline cio' che il babbo mi avrebbe chiesto per prima cosa al risveglio.

Quello che ho imparato da quel giorno, me lo ha insegnato il male.

Wednesday, 9 September 2009

Sai mantenere un segreto?

Non che negli anni del liceo stessi poi molto meglio. Sicuramente la dose di dolore fisico quotidiano diminui', ma la sofferenza dovuta alla mia diversità maturo', crebbe per certi versi. Adesso ne parlo con un distacco glaciale: potrebbe sembrare altrimenti. Tu potresti pensare che il continuo lagnarmi di essere un 'mostro' sia li ad indicare che, ahimè, quella mostruosità è il problema della mia vita. E' esattamente l'opposto.

A me vien da ridere - ah ah ah.

Io non mi lagno, al contrario: mi consolo. Una delle poche consolazioni dell'animo mio è proprio la convinzione di aver strappato al destino mille concessioni, nonostante il male. Forse sfugge la vena ironica e amara che spesso accompagna le mie ... le vogliamo chiamare riflessioni oppure deliri?

Al liceo persi la testa per 'Silvia'. A oggi, nessuna delle ragazze per le quali ho provato qualcosa, non l'ha saputo. Nessuna, per quanto quel 'qualcosa' potesse essere vago, acerbo.

Quindi mi decisi a scrivere una lettera a Silvia: mi procurai il suo indirizzo con uno stratagemma degno di James Bond dopo un workshop tenuto dal KGB e la inviai.

Forse quella lettera è andata smarrita o dimenticata quasi subito, forse l'hai tenuta. Oggi non saprei dire chi è Silvia, forse non lo seppi mai.

So che spesso la mattina venivo a scuola per vederti, anche se non ero in forma.
Mi viene in mente quell'ombrellino a pois, e tu sotto la pioggia che mi sorridedevi.
Ricordo che nella lettera a un certo punto ti chiamavo 'Tu'.

Nulla di fatto ovviamente, penso fossimo al secondo anno.

Da li in poi, per piu' o meno dieci anni,

'Silvia,
mia mai,
amai per sempre'.

Diecimila ricordi di 'Silvia' ... ma adesso voglio solo chiederti se sai mantenere un segreto!

A una delle solite assurde pizzate liceali (esiste qualcosa di piu' triste al mondo? A parte i meeting dei giovani di Forza Italia intendo ...), alla quale ero andato solo per il solito motivo, si parlava di 'scherzi'. A quanto pare qualche autentico farabutto si diverti' in quegli anni a spedire lettere amorose a un nostro compagno.

Un gesto d'una codardia e crudeltà vili, tanto piu' che quel compagno era un ragazzo assai timido e complessato.

Tu a quel punto hai detto:

'Sarebbe piaciuto anche a me ricevere una lettera d'amore'.

Allora Silvia, tu lo sai mantenere un segreto?

Tuesday, 8 September 2009

La vita di Gio - Terza parte: Via Crucis

Lo riconfermo: ho fatto le scuole medie in un istituto di comunione e liberazione.
Diro' di piu': partecipavo anche, non c'era scelta, a varii riti della setta. Mi alzavo in piedi, la mattina prima di iniziare le lezioni e verso l'una prima di uscire, per recitare qualche preghiera, ogni tanto si andava anche in una cappelletta, penso fosse di venerdi. Sedevo nelle ultime file, coi 'peggiori', come sempre. Quello che non era obbligatorio, lo evitavo: e allora poi dovevi sorbirti i rimproveri perchè avevi perso un'occasione e bla bla bla. Odiavano Freddie Mercury, che moriva in quegli anni. Durante le ore di lezione di matematica capitava, non frequentemente ma neppure di rado, che la maestrina ci portasse a vedere video di apparizioni di Madonne e carnevalate simili (lo erano: lungi da me connotare come carnevalata lo spirito religioso in toto, quelle lo erano davvero). Una provvida sventura, un malanno, mi evito' il viaggio in gita a Roma, con tanto di visita al parlamento e incontro con un prescritto per reati piuttosto imbarazzanti. Quell'anno si organizzava una Via Crucis come si deve: avremmo fatto un lungo percorso alle pendici di un monte, con le varie tappe che si fanno in questi casi alle 'stazioni'.
Viaggio dalla città in autobus. Io in quei tempi ero a dir poco malfermo: uscito malconcio dall'ospedale dove sarei tornato presto, passavo di sofferenza in sofferenza le mie giornate: Mentre i miei compagni vedevano il fiorire della loro giovinezza, io mi incurvavo sotto il peso della mia malattia, già malato da abbastanza tempo da temere di dovermi abituare a quella condizione, e non piu' cosi' sicuro della parole di fiducia dei 'grandi'. Mi vedo oggi in certe foto, e mi stringe il cuore un'angoscia tremenda: che sia esistita quella creaturina, piu' che lo sia stata io. E sarebbe bastato poco, dal loro punto religioso, per farmi sentire meglio. Nessuno ha mai creduto davvero in un Dio onnipotente. Quello in cui avrei potuto credere, era un Dio genitore, che come i miei mi avrebbe amato di piu' perchè sventurato. Li invece passava implicito il messaggio che si soffriva per i peccati dei propri antenati. Bah ...
Il viaggio in autobus non è dei migliori: me lo faccio in piedi perchè tutti i posti sono occupati da studenti modello. Arrivo a destinazione che sono già stanco e dolorante. Il tempo è brutto, ma per fortuna ho l'ombrello. Inizia la processione, e inizia a piovere. Sono talmente distrutto, che uso l'ombrello a mo' di bastone, e mi prendo tutta la pioggia in testa. Accanto a me, il deserto. Nessuno di quei buoni cristiani sembra accorgersi di quel sofferente che si trascina pateticamente lungo quel percorso di ascesa al supplizio. Non una parola, non un gesto. Solo preghiere a ogni benedetta stazione - benedetta perchè almeno ci fermiamo e posso respirare. Tenni questo episodio per me, per anni: in qualche modo ne provavo vergogna.

Monday, 7 September 2009

La legge dei grandi numeri, la nausea e la Dystopia

Vivo circondato da imbecilli.
No, vivo circondato da persone normalissime, alcune superiori alla media, ma fondamentalmente normali. Se qualcuno leggendo queste parole pensasse 'ecco uno sfigato deficiente', avrebbe ragione, normalmente ragione. Io so di essere un alieno, e so di essere un miserello: ma non ho scelta. Non posso che essere me stesso, non posso cambiare. E non posso che provare una nausea squassante ogni volta che sento l'umorismo di bassa lega, la banalizzazione di ogni cosa che per me è sacra e così via.
Capita troppo spesso, ed è perchè i miei parametri sono tutti sballati, e per me è sacro quello che per i normali è o scontato o usato.
Sventurati noi fratelli smarriti: la legge dei grandi numeri ci danna tutti.
Nel numero delle conoscenze che possiamo avere in una vita normale siamo soli. Il nostro prossimo non è mai a noi vicino.
E così la dystopia non è uno stato mentale, ma sociale.

Musica!

Finalmente!

Lo scorso inverno, attorno a febbraio direi, il mio vecchio e abbastanza approssimativo impianto Low-Fi smise di funzionare.

Dopo mesi di attesa, nei quali sono successe molte cose che hanno cagionato questo ritardo, sabato ho infine comprato un nuovo sistema, questa volta un vero Hi-Fi: un adeguato sistema CD-Amplificatore-Casse.

Ieri, nonostante non fossi perfettamente in forma, ho spostato letto, armadi e masserizie varie per riadattare il mio appartamento, onde accogliere il nuovo ospite nel migliore dei modi.

Finito, mi sono messo sulla mia poltroncina e mi sono lasciato incantare dal flamenco di Paco de Lucia - un vecchio CD, 'Entre Dos Aguas', che non avevo mai potuto apprezzare in pieno.

Mentre le mie stanche membra si ristoravano in quella sgraziata postura, nella mia innaturale rigidità, il bacino spostato in avanti e il collo poggiato alla sommità dello schienale in precario equilibrio, i miei occhi si chiudevano sulla mia stanza e si riaprivano nell'Alhambra lontana, il fuoco e la luna riflessi nelle vasche antiche.


Li sono stato il fuoco e la luna, ho perso ogni forma e abbracciato ogni cosa con la mia luce.

Sunday, 6 September 2009

Un sogno

Causa solita questione privacy al quadrato, questo messaggio sarà totalmente incomprensibile: riferendosi poi a un sogno, è frutto dell'immaginazione incontrallata di una non ancora definita parte di Gio.

Stanotte qui è stato piuttosto fresco, e mi sono svegliato con un po' di mal di testa. Il capo è il mio punto debole, devo decidermi a comprare una cuffia da notte - ne andrà un po' del mio irrisestibile sex appeal, ma pazienza.

Però non ho dormito male, e ho sognato.

Non so dove fossimo, forse in una radura nel cuore di un bosco - era notte ed eravamo attorno a un grande fuoco. C'eri tu e c'era gente che non conosco. Forse c'eravamo incontrati per caso. Adunati nella notte, sconosciuti.

Si parlava di un argomento che ti sta molto a cuore, e del quale spesso la gente pensa in modo così diverso dal tuo. Tu come spesso fai, conducevi le danze. Portavi l'argomento dove volevi, ti seguivano tutti. Io ascoltavo in silenzio un po' preoccupato: quella non eri tu, e i tuoi racconti rieccheggiavano nella mia mente.

Tu hai questo lasciapassare magico, amica mia, e riesci ad entrare anche nelle stanze più remote, nelle quali la gente, con chiavistelli e lucchetti, persiane e spesse tende, pensa di essere al riparo di sguardi indiscreti e severi, e dimentica di ogni freno inibitore, da libero sfogo ai più bassi istinti.
Non ti serve un grimaldello, loro stessi ti aprono.
Tappeti rossi per te.

E anche in questo caso, tu nelle stanze segrete trovavi a malvagità, la prepotenza, l'inclinazione ad accettare qualsiasi cosa pur di salvaguardare un briciolo di tornaconto, l'oblio della ragione e del cuore.

E li tu levi la tua maschera.

Un istante di smarrimento e sconcerto, poi quelli che fino ad un istante prima ti seguivano vinti dal tuo fascino, adesso ti vomitavano addosso insulti, minacce.

Sentivo la tua voce, vinta dalla commozione, cercare di spiegare a quelle menti ottuse. Sentivo la tua voce, ora rotta dal pianto, cercare di entrare in contatto con quei cuori induriti.

Cerco la tua mano nel buio - io ci sono amica mia - e la tua cerca la mia.
Quel contatto è dolcissimo, nessuno se ne avvede.
Questa è la tua lotta, io non posso dire nulla, perchè non so nulla davvero, ma ci sono.

Saturday, 5 September 2009

Nulla

Un paio di settimane fa.
Sono nell'ufficio di un collega, stiamo discutendo di un lavoro che abbiamo appena finito, o di uno che stiamo per iniziare, non ricordo.

E arrivi tu, alla porta.
...
Non avrei cambiato nulla di te in quell'istante!
Anche da diecimila chilometri di distanza sei 'bellissima'.
...

Friday, 4 September 2009

La banalità del dolore.

Dormito male.
Soliti tentativi di lenire usando lembi di coperta,
soliti.
Girarsi nel letto appoggiando la parte sana,
dura poco la quiete.
Stiracchiare, inarcare un poco, poi rinunciare.
Scandire le ore della notte guardando la sveglia quando ti ridesti.
Lavoro seduto in postura improbabile.
Mi aggrappo al tavolo.

Guardo fuori dalla finestra, mi consolo: almeno funziono come barometro.

Oggi Gio non è Gio.

Thursday, 3 September 2009

Libertà

Ci sono cose cui siamo talmente abituati da non considerarle nella giusta importanza. Ed è allora forse discutendo con altri che con sorpresa realizziamo che si, noi dopotutto qualche fortuna l'abbiamo.

Recentemente sto rimanendo stupito sovente dalla trivialità che spesso lega uomini e donne. Capita solo di recente perchè di solito non mi curo di altri che non di me stesso - laddove alcuni sono abituati e confusi dalla mediocrità, io lo sono dalla solitudine e dalla sfiducia ... ma di questo parleremo un'altra volta, ok?

Tornando in tema: non è solo il caso allucinante della 'figa ordinaria', ma anche di altre circostanze: è la disillusione di mia sorella, la tua noia, la stanchezza su quegli occhi maritati.

Ieri sera sono uscito con una mia amica tedesca - una ragazza molto bella e appariscente. Alta quasi come me, sempre molto curata, biondissima, un po' folle.
Abbiamo passato assieme quasi un paio d'ore, parlando, in modo per nulla dotto, di storia, poesia, umanità.
Mentre eravamo li a quel tavolino, diversi che piu' è impossibile, mi sono reso conto che fosse stata anche bassottella e gracilina, non sarebbe cambiato nulla, e che i miei occhi erano saldamente ancorati ai suoi, e non scivolavano piu' in basso.

E' viceversa ovvio che la mia ironia, che nulla riesce a tenere a freno, la riempe di complimenti ultra galanti ai quali nessuno puo' credere ogni volta che ci vediamo.

Wednesday, 2 September 2009

L'amicizia e l'ovvietà

Ripensavo, leggendo un blog amico, al concetto di amicizia, e come le mie amicizie sono nate o svanite. Sia chiaro: sono l'essere più lunatico e intransigente di questo mondo, dev'essere veramente una grande sventura incrociare il mio cammino - per quanto mi debba riconoscere un non comune senso dell'umorismo.

Intransigenza: fai quello che vuoi della tua vita, ma con me hai chiuso nell'istante in cui mi dimostri di non aver capito le mie ovvietà, chiami un essere umano 'figa ordinaria', o decidi di accontenarti di una 'donna ordinaria'.

Io non posso permettermi di essere prossimo a chi è debole, a chi si accompagna a Yolande.

Ho perso un amico perchè quello che per me era ovvio, non lo era per lui.
Ho perso un amico perchè dover spiegare in questi casi è inutile.
Ho perso un amico perchè sono fuori di testa come un melone, ed è la mia salvezza.

Ho perso un amico, e forse la capacità di troverne altri.

Ho perso un amico ma mi restano il furore, l'umiltà e lo sdegno.

Una dissennata fame di vita

Per rispetto della privacy altrui, molti dettagli sono omessi.
Oggi mi è arrivata una e-mail dall'Associazione. Curioso: stavo io per mandar loro un messaggio, per dire che con grande rammarico non saro' all'annuale meeting. Il motivo è imbarazzante, ma loro non lo sapranno: mi sono dimenticato di iscrivermi in tempo (lo scorso anno la scadenza era a settembre inoltrato, e io su quella facevo ancora affidamento) ...
Si, sono un deficiente.
La segretaria-tuttofare, una donna gradevole e gentile che il male mi pare abbia sfiorato ma non vinto, mi presenta i soliti saluti di rito: come stai, come è andata l'estate ...
Come sto? Benissimo! Come è andata l'estate? Ancora meglio!
Non c'è poi troppa ironia in queste risposte.
Io sto benissimo: vivo in condizioni insospettabili per uno che ha avuto i miei 10 anni, e i seguenti 20 anni. E quando a giugno aprono i passi e sei su in alta montagna, oltre i 2000 metri, non ti aspetti certo di trovare uno come me, in sella alla Divina Indifferenza poi!
Quanta fatica per arrivare fin qui.
L'anno scorso al meeting abbiamo discusso un po' delle nostre esistenze: mi hanno chiesto di scrivere due righe su come sto e come vivo la malattia.

Mi capita di scambiare e-mail o messaggi d'altro genere con loro - da anni sono anche iscritto a una mailing list americana. Ecco: l'anno scorso su quella mailing list mi capito' di rispondere a un messaggio circa la 'cattiveria' degli altri, e di come questa possa ferire alcuni. In quel caso, parlai del mio incontro sul Susten Pass. Conclusi con una frase che non lasciava speranza di appello agli imbecilli: quel giorno io il paesaggio me l'ero goduto - loro no. Mi piovono addosso felicitazioni, mi rispondono madri commosse, che mi ringraziano, 'lo faro' leggere a mio figlio adolescente malato' ...

Queste cose mi mettono sempre un po' a disagio - forse non sono tutti disumani come me i miei fratelli? Sentimenti, speranza ...

Nelle 'due righe' di cui dicevo prima, butto giu', senza troppa retorica mi auguro, il mio modo di vedere il mondo - ci vuole grinta, irragionevole e feroce, per saziare almeno un poco la dissennata fame di vita che altrimenti ci divora dentro. Dobbiamo fare tutto il possibile per rendere le nostre vite non necessariamente 'liete', ma almeno per godere del bello e del buono quanto piu' possiamo.
Tanto lo so: prima o poi il male divorerà tutto quello che ho dentro, ma fino ad allora avro' la possibilità, e solo fino ad allora, di vivere.

'Tentativo di Alice', 'Fraintendimento di Mozart', 'Ridicolaggine su Divina Indifferenza', 'Vivacchiare all'estero ... altrimenti è vuoto, vuoto, vuoto, vuoto.

Per concludere: la segretaria-tuttofare di cui sopra mi chiede il permesso di passare i miei contatti a una famiglia di lingua italiana con un figlio, malato, adolescente.

Augurateci in bocca al lupo!

PS: nell'immagine sono le mie mani.

Tuesday, 1 September 2009

La lunga notte dei musei

Per una sera l'anno, tutti o quasi i musei della città restano aperti per tutta la notte

Penso proprio che ci andrò. Avevo una mezza intenzione di andarci, un paio di settimane fa, con degli amici, ma ho detto loro che andrò da solo.

Sono stato a un matrimonio in Italia recentemente: ho passato ore con gente cui voglio sinceramente bene, ma se a questo aggiungiamo alcuni giorni passati con alcuni dei miei migliori amici e altri passati in famiglia, si raggiunge un solo stato: saturazione.
Lo trovi curioso?
A quanto pare solo da solo riesco veramente a essere Gio: altrimenti devo comunque forzare me stesso, per essere lieto e amichevole, anche quando dentro sono spento e sofferente.
... per quanto cari siano gli amici, non ne vale la pena ...

Qualche anno fa passai diversi mesi presso la casa dei miei genitori: solo passeggiando per i boschi con i miei cani riuscivo a respirare un poco. Lo sforzo di dover essere docile, quando invece sono lunatico e folle, mi stava sciogliendo l'anima.
La libertà cui tengo di più è quella di poter essere triste apertamente quando lo sono: voglio passare allora giorni nel silenzio dei miei pensieri, dare libero sfogo, come sto facendo ora scrivendo, al demonio che dentro scalcia e si dimena.
E l'arte cos'è se non un vettore straordinario per i nostri sentimenti?
Perchè restare ancorati a terra, nel vincolo dell'educazione e dell'etichetta, quando li, di fronte a te, c'è l'opera che ti può alienare?

Ci andrei solo con te, Alice, ma ahime, tu non esisti ancora.

Nausea totale

Dottore, mi aiuti.

Ho un grave problema, che a quanto pare colpisce solo me tra chi mi sta attorno.

Le premetto che non sono circondato da idioti, anzi.
Gente sicuramente in gamba e dotata di mille talenti: tra questi io sono sicuramente, è un fatto provato, il peggiore.

Allora dottore, io sono preso da attacchi di nausea improvvisi, scatenati da inezie.

Ieri sono entrato in bar mentre un ragazzo, aveva circa la mia età, era al telefono con un suo amico. Ho intercettato, mentre ero li a bere il mio caffè, una semplice frase, poche parole: 'insomma, una figa ordinaria', riferendosi alla sua attuale 'ragazza' (questo l'ho capito ascoltando, contro la mia volontà, l'intera conversazione).

E subito ho sentito un grande disagio, una sensazione di malessere e peso sullo stomaco. Disgusto. Io sono disgustato da queste cose! Un precedente attacco mi ha quasi mandato all'altro mondo ...
Per carità, non voglio farne un merito: è chiaro che io sono disgustato per il semplice motivo che un mondo in cui si parla di una ragazza come 'figa ordinaria' non c'è posto per me, e che accidentalmente io in questo mondo ci vivo (è l'unico? Alice, esisti o no?).

Potrei dotarmi di lanciafiamme e incenerire il 99% della popolazione mondiale, ma il mio animo candido mi proibisce di fare del male al prossimo. Ho provato ad avere amici di diversa cultura, intelligenza: niente da fare, non mi sono mai sentito a mio agio. A volte manca quello, a volte manca quell'altro, e io mica mi accontento.

Mai come ora sono grato alla mia intransigenza feroce.