Thursday, 22 October 2009

Il cavallo di Troia

Giornata maligna today.

Mi è tornato alla mente l'assedio di Troia, e quindi di Roma, e Costantinopoli.

Troia, Roma, Costantinopoli.

Tre capitali del mondo, legate dalla storia, destinate a soccombere in tre modi diversi.

A Troia abbiamo combattuto per dieci lunghi anni, abbiamo resistito a questi dannati Danai, abbiamo visto morire sotto le nostre mura possenti i nostri figli, padri e fratelli.

Abbiamo pregato i nostri dei perchè li scacciassero lontani, abbiamo sacrificato all'altare grassi animali e preziose sete.

"Il figlio di Zeus e di Latona dai bei capelli ci deve proteggere" dicono i nostri sacerdoti, mentre i nostri guerrieri uccidono e sono uccisi da lance, dardi, spade.

Un giorno finalmente tutto sembra finito.

Le navi nemiche sono scomparse, l'accampamento levato: in dono ci è lasciato uno splendido cavallo di legno. E' loro, loro l'hanno costruito, ma è splendido.
Talmente splendido che decidiamo di portarlo tra le nostra mura, anche se qualcuno di noi è contrario.

Quelle mura, che avevano resistito mille volte agli assalti dei greci, non ci possono difendere quando siamo noi stessi a portare il nemico dentro di noi.

Enea scappa dalla città in fiamme e si porta dietro il ricordo e lo spirito di Troia.

Passano i secoli.

Roma sorge dalle ceneri di Troia, e dopo secoli di dominio del mondo è morente capitale di un impero ormai fittizio.
I visigoti l'assediano, ma le mure Aureliane non cedono.
Dopo mesi di resistenza, sono gli stessi suoi abitanti, stremati, ad aprire le porte della città agli invasori.

Passano ancora 1000 anni. La nuova Roma è sorta lontano, ad oriente.
Da secoli ormai è "una città isolata, un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere".

Nessuno conosce la sorte dell'ultimo Basileus.

C'è chi dice che sia fuggito, assieme a molti altri cittadini, su una nave veneziana.
C'è chi dice sia morto, combattendo presso il Mesoteichion, il punto piu' fragile delle colossali Mura Teodosiane che da mille anni proteggevano la città.

Io non lascero' entrare nessun 'dono del cielo' entro le mie mura - l'ho fatto una volta, ed era loro, decisamente loro.
Io non apriro' i cancelli, neppure se morente, agli invasori - non l'ho mai fatto e amo troppo la mia libertà per barattarla con la fame.
In questa guerra indifferente e violentissima, io combattero' fino alla fine presso il Mesoteichion - e non fondero' altrove il mio io.

Mi sembra di essere l'ultimo superstite di Costantinopoli, e forse ne sono stato perfino l'unico abitante.

8 comments:

  1. Bella metafora, scritta benissimo!
    Tieni duro!
    Ciao Gio!
    :)

    ReplyDelete
  2. Grazie del complimento (detto da uno che scrive bene come te è veramente esagerato :D) e ancora di piu' per l'augurio.

    A presto :)

    ReplyDelete
  3. Scusa la presunzione e l'invadenza, ma siamo in due...dici che c'è posto per entrambi?

    ReplyDelete
  4. C'è sempre bisogno di qualche valoroso in piu' per difendere la mura!
    Chi è rimasto in città, chi non è scappato, chi non si è intruppato con il nemico ... è un eroe.
    Un eroe inutile.
    Un eroe inutile resta un eroe.

    ReplyDelete
  5. e due eroi che si fanno compagnia?

    ReplyDelete
  6. Ahime, a questo purtroppo non so rispondere. Ma aspetto la tua di risposta a questa domanda!

    ReplyDelete
  7. Non sei l'unico superstite, c'è Maraptica (che tutti pensavano fosse morta, schhhhhhhh) ;)
    http://clandestinidirazza.blogspot.com/2009/01/ed-cos-che-mor-il-mio-amante.html

    ReplyDelete
  8. Duri a morire eh :-)

    ReplyDelete