Tuesday, 22 September 2009

Un sogno

Temo di essere pazzo - il sogno di ieri notte non credo stia ad indicare nulla di diverso.

Metà della mia mente è dedita al culto di me stesso, l'altra metà è ormai convinta da tempo che io sia un rifiuto in attesa di smaltimento. La coabitazione di queste due entità nello stesso cranio non è facile - ma devo ammettere che è anche abbastanza divertente.

Eccoci dunque al sogno. Io e mia sorella siamo su un mezzo pubblico in una grande città italiana. L'autista, invece che annunciare le diverse fermate, ammonisce i passeggeri di stare attenti al portafogli perchè ci sono numerosi delinquenti in giro.

Io sono lo stesso Gio che vedo nello specchio ogni mattina, mentre mia sorella è minuta e, in un abitino scuro, nasconde timidamente il viso al guardo degli altri. Si scorge solo la sua bionda bellezza giovanile.

Mentre parliamo del più e del meno, d'un tratto la sua voce si fa tremante: la guardo, e vedo che il tizio seduto dietro di lei la sta minacciando con un coltello alla gola 'Non muoverti o sei spacciata'. Le dico di dare subito tutto quello che ha al rapinatore. Lei non esita, e con la lentezza del caso tira fuori il suo portafogli dal soprabito e lo consegna al tizio.

Questi, non soddisfatto, passa a minacciare me. Mi mette la lama vicino all'occhio sinistro e mi dice: 'Se non vuoi farti cavare un occhio tira fuori i soldi'. Io rispondo che in verità sono affezionato al mio occhio, e faccio per tirar fuori i soldi. Ahimé, lo avverto: penso di avere solo franchi, mentre noi siamo in Italia. Con mia grande sorpresa invece trovo nel portafogli anche due pezzi da 100 euro, e una vecchia banconota da duemila lire, quella con Galileo.
Il farabutto mi insulta, dicendo 'altro che solo franchi, dammi tutto, anche quelle lire'. Io ribatto che tra le invenzioni di Galileo ricordiamo il binocolo, che mi sarebbe impossibile utilizzare senza un occhio, e gli do tutto, aggiuggendo che oggi abbiamo fatto veramente un affare - lui borbotta qualcosa in un dialetto sconosciuto e sputacchia.

Eccoci alla fermata.

Lui fa per scendere - ci guarda ancora con aria di disprezzo: non sono riuscito a difendere mia sorella, gli ho obbedito come un cagnolino.

Un istante prima che le porte dell'autobus si aprano, sul suo volto balena in un istante una sensazione di paura: il mio volto, che con sommo disprezzo e sberleffo degnava del più beffardo sguardo, si sta scarnificando pian piano, mentre i capelli di mia sorella, da biondi si fanno argentati, e i suoi occhi da azzurri gialli come quelli di una fiera.

La porta si apre e lui fa per scendere ... ma anche noi ci alziamo.

Ormai io sono un cadavere, mia sorella si leva il soprabito ed è bellissima e terribile allo stesso tempo. Il suo volto da timido e impaurito si è fatto feroce e affamato e le sue labbra disegnano un sorriso diabolico.

Scappa correndo all'impazzata tra la gente: ma ogni volta che fa per voltarsi, ci vede sempre li: cadavere e demone alle sue calcagna.

Solo lui ci vede, gli altri non si rendono conto di nulla.

La corsa non ci stanca per nulla, mentre lui a un certo punto, sfinito, stramazza a terra esausto e pieno d'angoscia. 'Bene, adesso lascia che mi presenti: io sono il Terrore, e mia sorella è la Morte. Come dicevo prima, oggi abbiamo davvero fatto un ottimo affare'.

A quel punto vince il nostro spirito misericordioso: lui implora pietà e noi lo risparmiamo.

Morale della favola: la natura vera delle cose ama celarsi.

PS: so bene che questo messaggio potrebbe farvi credere che sia un pirla. Ma io sono qui per scrivere di me, non per ingannare il prossimo

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